Alcuni contributi recenti pubblicati su semiotica.org e dedicati al tema del rapporto tra linguaggio e verità convergono — pur partendo da ambiti differenti — su un nodo teorico comune: le condizioni attraverso cui un enunciato può presentarsi come vero.
Si tratta di riflessioni che toccano la storiografia, la filosofia del linguaggio e l’analisi del politico, ma che finiscono per interrogare una stessa questione di fondo: in che modo il linguaggio riesce non solo a descrivere il mondo, ma anche a costruire scene di credibilità, di prova, di tensione e di conflitto?
Il primo terreno su cui questa domanda si radicalizza è quello della testimonianza storica. Valentina Pisanty insiste sul fatto che la storiografia si confronta con un oggetto radicalmente peculiare: il passato non è più accessibile all’osservazione diretta. Per questo la storia è una disciplina “interamente ipotetica”, nella quale prevale il lavoro abduttivo e nella quale l’interpretazione assume la forma di una costruzione narrativa di scenari plausibili. Il passato non si dà come presenza, ma solo attraverso tracce: documenti, iscrizioni, racconti, dichiarazioni.
Qui il problema è propriamente semiotico. La testimonianza è fatta di parole, dunque appartiene alla sfera dei simboli; e tuttavia pretende di funzionare come prova, cioè come indice di un evento realmente accaduto. Come sottolinea Pisanty, si produce così una tensione strutturale: il linguaggio, per sua natura, non garantisce alcun legame necessario con ciò che rappresenta, e può sempre essere utilizzato per mentire; ma è proprio attraverso il linguaggio che la storiografia tenta di fondare enunciati sul passato. La testimonianza risulta allora intrinsecamente duplice: simbolica nella sua materia, indessicale nella sua pretesa.
Questo nodo trova un punto di confronto significativo nella riflessione sulla semantica logico-filosofica ricostruita da Stefano Traini, anche attraverso le indicazioni di Patrizia Violi. In quella prospettiva, il significato viene definito in funzione del rapporto con il mondo: il linguaggio è un sistema di espressioni capaci di riferirsi a entità extralinguistiche e di asserire stati di cose suscettibili di essere veri o falsi. Come viene ricordato, “il significato diviene la capacità dei singoli termini di riferirsi a entità extralinguistiche e quella degli enunciati di asserire determinati stati di cose, che potranno risultare veri o falsi”.
La centralità della verità è tale da definire l’intero approccio come semantica vero-funzionale. Comprendere un enunciato significa conoscerne le condizioni di verità: non sapere se esso sia effettivamente vero, ma sapere come sarebbero le cose se lo fosse. In questo quadro, il rapporto tra linguaggio e mondo resta il punto architettonico fondamentale, sia nelle teorie che postulano un legame diretto tra segno e referente, sia in quelle che introducono mediazioni semantiche.
Proprio a questo livello emerge una differenza di cui tenere conto. Nel quadro logico-filosofico, la questione riguarda le condizioni in cui un enunciato può essere vero rispetto a uno stato di cose. Nel caso della testimonianza storica, invece, la difficoltà si accentua: non si tratta solo di stabilire a quali condizioni un enunciato sarebbe vero, ma di comprendere come un testo possa assumere valore probatorio quando il suo oggetto non è più controllabile e quando la sua natura simbolica non offre alcuna garanzia immediata. Il problema della referenza non scompare, ma si inscrive in una pratica interpretativa complessa, fatta di confronti tra racconti, catene di trasmissione, procedure di selezione e gerarchie di attendibilità.
Su questo sfondo, la riflessione sul politico introduce una torsione ulteriore. Denis Bertrand, nel discutere il lavoro di Juan Alonso Aldama, individua nel primato della conflittualità il nucleo della proposta teorica. La “tensione politica” non è un elemento accessorio, ma il luogo dinamico da cui prende forma la fenomenalità politica. Non è la cooperazione a precedere il conflitto, ma il contrario: è la struttura polemico-contrattuale a costituire il campo del politico.
L’apporto della semiotica tensiva è in questo caso molto importante. La semiotica tensiva consente di superare la rigidità delle categorie discrete e di pensare il continuo, le variazioni d’intensità, gli slittamenti strategici. In questo quadro, una distinzione fondamentale è quella tra valore e valenza: il conflitto non si gioca soltanto sui valori dichiarati, ma sulle condizioni che ne orientano l’attribuzione e l’investimento. Come osserva Bertrand, la valenza è «condizione di definizione, di attribuzione e di assegnazione dei valori» (traduzione nostra).
Questo spostamento permette di cogliere un punto di contatto con le questioni sollevate in precedenza. Anche nel caso della testimonianza storica non basta isolare un contenuto enunciato: occorre interrogare il dispositivo che gli conferisce forza probatoria. E anche nel caso della semantica logico-filosofica, il problema della verità non si esaurisce nelle condizioni astratte di verità, se poi gli enunciati operano all’interno di pratiche in cui il loro statuto viene sostenuto, contestato o negoziato.
La nozione di veridizione diventa allora una cerniera particolarmente significativa. Nel caso della testimonianza, la questione è come un enunciato linguistico possa presentarsi come traccia di un evento. Nel caso della semantica logico-filosofica, si tratta di stabilire le condizioni in cui un enunciato può essere vero o falso. Nel quadro delineato da Bertrand, la veridizione entra invece nel gioco delle strategie e delle apparenze: è possibile che “un’armonia apparente nasconda profondi disaccordi” oppure che “false dispute nascondano un accordo che si vuole mantenere nascosto”. Il vero non è soltanto una proprietà logica, ma una posta che si inscrive nelle dinamiche del conflitto e nelle forme del fare persuasivo.
Ne emerge un’articolazione complessa del rapporto tra linguaggio e realtà. Da un lato, il linguaggio può essere analizzato come sistema capace di riferirsi al mondo e di essere valutato in termini di vero o falso. Dall’altro, quando si entra nei domini della storia e della politica, questo rapporto si presenta sempre mediato da pratiche discorsive, dispositivi interpretativi e dinamiche conflittuali. La verità non appare più come semplice corrispondenza, ma come effetto di costruzione, valutazione e negoziazione.
In questo senso, le tre prospettive convergono nel mostrare che la verità, per la semiotica, non è una proprietà immediata degli enunciati, ma un risultato fragile e complesso. Essa prende forma attraverso segni simbolici che aspirano a funzionare come indici, attraverso condizioni di referenza che definiscono gli stati di cose, e attraverso configurazioni tensive in cui si giocano accordi, disaccordi, simulazioni e strategie.
Non basta dunque chiedersi se un enunciato rimandi al mondo. Occorre interrogare le condizioni in cui questo rimando viene costruito, sostenuto o contestato. È in questo spazio — tra referenza, testimonianza e conflitto — che si definisce uno dei compiti più specifici della semiotica: comprendere come il vero stesso si inscriva nelle architetture del senso.
Fonti: Valentina Pisanty, Per una semiotica della testimonianza, RIFL / SFL, 2014. Stefano Traini, Le due vie della semiotica: teorie strutturali e interpretative, Bompiani. Denis Bertrand, « Juan ALONSO ALDAMA, La tension politique. Pour une sémiotique de la conflictualité, Paris, L’Harmattan, collection “Sémioses”, 308 p. », Actes Sémiotiques, n°130, 2024.