La nozione di “guerriglia semiologica” nasce, nel quadro ricostruito da Paolucci, dalla convinzione che il significato di un messaggio non sia mai completamente controllabile dalla fonte che lo produce. Poiché il senso dipende dal rapporto tra struttura del messaggio e interpretazione del destinatario, esiste sempre una possibilità di deviazione rispetto agli effetti previsti dalla comunicazione. È all’interno di questo margine che Eco colloca la possibilità di una resistenza semiotica.
Paolucci sottolinea come la guerriglia semiologica non abbia nulla a che vedere con forme di violenza politica o con una trasposizione culturale della lotta armata. Al contrario, essa designa una pratica critica e interpretativa attraverso cui i destinatari possono sottrarsi ai significati e alle pratiche che i media cercano di imporre. L’obiettivo consiste nel “ridare agli esseri umani una certa libertà di fronte al fenomeno totale della Comunicazione” .
Il punto di partenza della riflessione di Eco è che la comunicazione di massa viene normalmente pensata come un processo controllabile agendo sulla fonte e sul canale. Secondo questa impostazione, per governare il messaggio sarebbe sufficiente controllarne la produzione e la diffusione. Umberto Eco contesta radicalmente questa idea: il messaggio, osserva, arriva sempre in contesti culturali differenti, dove viene interpretato secondo codici diversi. Per questo il controllo della fonte non garantisce affatto il controllo del significato.
È in questo contesto che compare la celebre formula secondo cui “bisogna occupare, in ogni luogo del mondo, la prima sedia davanti ad ogni apparecchio televisivo”. La battaglia decisiva non si combatte nel luogo da cui la comunicazione parte, ma nel luogo in cui essa arriva. Eco definisce questa pratica come una “soluzione di guerriglia”, distinta dalla “soluzione di strategia” basata sul controllo degli apparati. L’universo della comunicazione tecnologica dovrebbe allora essere attraversato da gruppi capaci di “reintrodurre una dimensione critica nella ricezione passiva”.
Paolucci definisce la guerriglia semiologica come un’operazione di devianza rispetto ai significati stabiliti dalla fonte. I destinatari possono ribaltare i messaggi, appropriarsene, usarli per finalità diverse da quelle previste originariamente. La comunicazione non viene rifiutata dall’esterno: viene invece attraversata, modificata, riutilizzata dall’interno stesso del sistema.
Per chiarire questa dinamica, il testo richiama le analisi di Michel De Certeau sull’“uso imprevedibile” dei prodotti culturali. Le pratiche quotidiane mostrano come gli individui possano introdurre margini di gioco all’interno di sistemi costrittivi senza sottrarvisi completamente. De Certeau descrive, ad esempio, il modo in cui un immigrato magrebino possa insinuare modalità culturali proprie all’interno dello spazio imposto dalla lingua francese o dalla struttura di una casa popolare, trasformando dall’interno ciò che gli viene imposto. Anche le culture diffuse dalle élite possono diventare oggetto di manipolazioni inattese da parte di chi le utilizza senza averle prodotte.
È questo, secondo Paolucci, il nucleo teorico della guerriglia semiologica: abitare il sistema trasformandolo. Eco individua così una posizione diversa sia da quella “apocalittica” sia da quella “integrata”. Non si tratta né di rifiutare la comunicazione di massa né di aderirvi passivamente, ma di utilizzare le sue stesse strutture per produrre altri significati. Il guerrigliero semiologico “resta diverso all’interno del sistema che lo assimila”. La trasformazione avviene attraverso una modulazione del punto di vista, una “enunciazione seconda” che altera l’intento originario del messaggio.
Tuttavia, questa possibilità di resistenza non si realizza automaticamente. Eco osserva che “la variabilità delle interpretazioni” è spesso casuale e che “nessuno regola il modo in cui il destinatario usa il messaggio”. Per questo motivo la guerriglia semiologica richiede una mediazione culturale. Paolucci individua qui la funzione politica dell’intellettuale: alfabetizzare i destinatari ai meccanismi della comunicazione, sottrarre l’interpretazione alla casualità, rendere possibile una pratica critica dei media.
L’intellettuale assume allora un ruolo specifico: non controllare la fonte della comunicazione, ma intervenire sulle condizioni della ricezione. È questa funzione che Eco esercita nei suoi interventi giornalistici e nei suoi libri militanti, da Il costume di casa fino a Pape Satàn Aleppe. In questa prospettiva, la semiotica diventa uno strumento di emancipazione culturale, una forma di critica dell’ideologia fondata sull’analisi dei processi di significazione e delle pratiche interpretative.
Riferimento bibliografico: Claudio Paolucci, Umberto Eco. Tra Ordine e Avventura, Feltrinelli.