Il confronto tra semiotica e sociologia della scienza si sviluppa a partire da un terreno comune di interessi, ma senza mai giungere a una piena convergenza teorica. L’impressione che emerge è quella di un dialogo asimmetrico, nel quale le due discipline si osservano e si influenzano, ma restano ancorate a presupposti epistemologici distinti.
Da un lato, si registra un forte entusiasmo in ambito semiotico per l’apertura verso le scienze sociali. Questa apertura sembra rispondere a una esigenza interna: la percezione di una mancanza di oggettività empirica, che spinge la semiotica a cercare nei fenomeni sociali, psichici e antropici nuovi terreni di applicazione. Dall’altro lato, invece, l’interesse della sociologia nei confronti della semiotica appare molto più limitato. Marsciani sottolinea come questa dissimmetria richieda di essere compresa fino in fondo, perché rivela una differenza strutturale nel modo in cui le due discipline concepiscono i propri oggetti e i propri strumenti.
Nel corso degli anni, entrambe le aree di ricerca hanno sviluppato programmi teorici che sembrano orientati a un avvicinamento. In ambito semiotico, si afferma la sociosemiotica, mentre in sociologia emergono prospettive come l’antropologia dei moderni e la Actor-Network Theory, elaborate da Bruno Latour. Questi sviluppi danno l’impressione di un progressivo allineamento, rafforzato anche da un rinnovato interesse per l’antropologia in entrambe le discipline.
Tuttavia, questo avvicinamento resta problematico. Paolo Fabbri osserva che «nel campo delle scienze sociali il contributo della semiotica è stato complessivamente poco riconosciuto», evidenziando una situazione paradossale in cui la semiotica appare al tempo stesso efficace e inattuale. Nello stesso senso, Alvise Mattozzi segnala la difficoltà, all’interno della sociologia, di far comprendere il valore dello sguardo semiotico anche a studiosi influenzati dal pensiero di Latour.
Un ulteriore elemento di tensione emerge proprio nel rapporto con Latour. In un testo dedicato a Françoise Bastide, egli riconosce l’importanza della semiotica per il proprio lavoro, ma la definisce «non attrezzata per le trasformazioni». Questa valutazione segnala una distanza significativa rispetto alla concezione semiotica del linguaggio e della significazione, suggerendo che il dialogo tra le due prospettive si fonda su una comprensione solo parziale dei rispettivi presupposti teorici.
Marsciani schematizza il funzionamento di questo rapporto attraverso una sequenza di operazioni ricorrenti. Il sociologo individua nella semiotica alcuni concetti utili, li estrapola dal loro contesto teorico e li riutilizza in ambiti diversi, dove producono effetti innovativi. I semiologi, a loro volta, riconoscono il successo di questi concetti fuori dal proprio campo e tendono a valorizzare questo trasferimento, nella speranza di ottenere un riconoscimento disciplinare più ampio. Si instaura così una forma di scambio che, pur risultando produttiva, comporta il rischio di perdere il rigore teorico originario dei concetti stessi.
In questo processo di circolazione, alcuni concetti semiotici assumono un ruolo centrale. Tra questi, Marsciani individua in particolare attante, enunciazione e modi di esistenza, che diventano strumenti privilegiati di mediazione tra i due ambiti disciplinari. Tuttavia, il loro trasferimento non avviene senza trasformazioni: una volta estratti dal sistema teorico della semiotica, questi concetti vengono rielaborati e adattati a nuove esigenze descrittive.
Il problema che ne deriva non riguarda soltanto la correttezza terminologica, ma investe la struttura stessa delle teorie coinvolte. Il rischio è che il dialogo interdisciplinare si traduca in una perdita di coerenza concettuale, nella quale i termini continuano a circolare ma non conservano più il loro statuto originario.
Riferimento bibliografico: Francesco Marsciani, «Tra Latour e la semiotica», in Composizioni. Sei note ecosofiche su Bruno Latour, 2024.