Il mondo è attraversato da tracce. Alcune sono appena percettibili, altre impongono la loro presenza con forza: screpolature, linee, cicatrici, odori, rumori, segni lasciati dal tempo o dall’azione umana. Ugo Volli insiste sul fatto che queste tracce non coincidono automaticamente con ciò che chiamiamo “segni”. La differenza non riguarda soltanto la materia della traccia, ma il fatto che essa venga assunta come pertinente e significativa da qualcuno.
Le impronte di un animale sul terreno, per esempio, non “dicono” nulla da sole. Diventano segni solo nel momento in cui qualcuno le riconosce come portatrici di un’indicazione. Volli formula questa trasformazione in modo molto netto: “la traccia diventa segno quando c’è una ragione per questo salto, un interesse che lo motiva”. Il segno nasce dunque da una presa di coscienza, da un’operazione attraverso cui qualcosa emerge dallo sfondo indistinto della realtà e acquista rilevanza.
Questa emergenza non è mai assoluta. La nettezza di una linea, la definizione di una forma, la salienza di un contorno dipendono sempre da una scala percettiva. Guardata da vicino, ogni linea si dissolve in irregolarità, ogni superficie apparentemente omogenea rivela discontinuità. La chiarezza del segno non è un dato naturale: è il risultato di un rapporto fra traccia e percezione. Volli osserva che “la nettezza, la salienza, la definizione sono risultati di un lavoro che commisura le tracce alla percezione umana”.
In questo senso, il segno non è semplicemente qualcosa che esiste nel mondo. Una stessa forma può apparire significativa per qualcuno e del tutto opaca per qualcun altro. Il verde del semaforo non significa nulla per chi non conosce il codice della circolazione automobilistica; una scrittura può apparire decorazione astratta a chi non possiede la competenza culturale necessaria per leggerla.
Volli mette così in discussione l’idea di un segno già dato una volta per tutte. Prima del segno vi sono le tracce. Solo successivamente interviene un processo di riconoscimento, interpretazione, attribuzione di pertinenza. È in questo passaggio che il mondo si arricchisce di senso. “Quando nasce un segno, quando una parte di realtà acquista un senso, il mondo si arricchisce di qualcosa di nuovo.”
La significatività non dipende quindi soltanto dalla forma materiale della traccia, ma dall’interesse che la investe. Tale interesse può assumere configurazioni molto diverse: il bisogno pratico, la paura, la curiosità scientifica, il desiderio estetico, la memoria, la religione. Volli elenca esplicitamente “l’estetica”, “l’etica”, “l’economia”, “la religione” come ambiti nei quali le tracce vengono continuamente trasformate in segni.
In questa prospettiva, la semiotica non studia semplicemente oggetti già significanti. Studia il processo attraverso cui qualcosa diventa significativo. Il segno non coincide con una sostanza particolare, ma con un processo di attribuzione di pertinenza.
Anche per questo il mondo umano appare, secondo Volli, “quasi sovrassaturo” di tracce. Viviamo immersi in differenze percettive che continuamente possono trasformarsi in segni. Alcune vengono ignorate, altre invece ci interrogano, ci costringono a fermarci, a interpretare, a cercare un senso. È proprio in questo movimento che la semplice discontinuità materiale smette di essere soltanto una traccia e diventa un fenomeno semiotico.
Riferimento bibliografico: Ugo Volli, Piccolo trattato del segno.
Tags: