La prospettiva semiotica sul “reale” trova una formulazione particolarmente chiara quando viene messa in relazione con la sociologia. È in questo ambito che l’idea di una realtà non data ma costruita assume una forma esplicita, fondata sui sistemi simbolici condivisi da una collettività.
Ferraro richiama il contributo di Émile Durkheim, che riprende l’impostazione kantiana della conoscenza come mediata da categorie, ma ne riformula il fondamento: tali categorie non appartengono al soggetto individuale, bensì a un sistema socioculturale. Esse sono trascendenti rispetto all’individuo perché collettive. In questa prospettiva, i sistemi semiotici non descrivono semplicemente il mondo, ma lo “fabbricano”. La lingua, in particolare, esprime il modo in cui una società organizza e “pensa” il reale.
Ne deriva una distinzione importante: da un lato vi è la realtà così come è vissuta e percepita dai membri di un gruppo; dall’altro la conoscenza scientifica dei processi che la producono. Si tratta, come osserva Ferraro, di “due concetti di ‘realtà’ completamente eterogenei”.
Questa differenza emerge chiaramente quando si considerano entità come i fonemi o le regole grammaticali. Esse non sono direttamente osservabili, e tuttavia possiedono una realtà effettiva. Per chiarire questo punto, Ferraro distingue tre livelli della grammatica: le regole operative che guidano i parlanti, il modello teorico costruito dagli studiosi, e il testo grammaticale che ne diffonde la conoscenza. Tra questi livelli si instaura una relazione complessa, in cui il reale non coincide mai con ciò che è immediatamente visibile.
“Reale” non vuol dire “visibile”. La realtà culturale consiste in strutture che agiscono senza apparire, esistendo al livello di una soggettività collettiva. È questa a trasformare un materiale percettivo informe in un universo dotato di senso.
Ferraro osserva che questa linea di riflessione è stata sviluppata in modo sistematico dalla sociologia. Autori come Schütz, e soprattutto Berger e Luckmann, hanno mostrato come la realtà sociale si costituisca attraverso processi di tipizzazione. I modelli culturali, una volta istituzionalizzati, si impongono agli individui e appaiono come oggettivi, come se fossero parte della “natura delle cose”.
Il punto decisivo è che questi modelli funzionano proprio perché non sono pienamente consapevoli. Le strutture che organizzano il reale sono invisibili e, più ancora, nascoste. Esse operano al di sotto della coscienza, ma producono l’effetto di un mondo stabile e evidente.
In questa prospettiva, la realtà non è un dato esterno e indipendente, ma un effetto di costruzione collettiva. È il risultato di pratiche, categorie e modelli condivisi che rendono il mondo leggibile e, proprio per questo, reale.
Riferimento bibliografico: Guido Ferraro, Il nostro percorso verso il “reale”: semiotica, fisica e cosmologia, in Lexia. Rivista di semiotica, 47–48, Il senso della realtà, dicembre 2025, pp. 29–42.
