Una delle questioni più delicate per la semiotica riguarda il rapporto tra le strutture che gli studiosi descrivono e la realtà effettiva dei fenomeni culturali. Siamo abituati a parlare di grammatiche, schemi narrativi, categorie semantiche e modelli interpretativi come se fossero oggetti chiaramente identificabili. Ma dove esistono realmente queste entità? E soprattutto: quale rapporto intrattengono con i modelli teorici costruiti per descriverle?
Guido Ferraro affronta questo problema partendo da un principio apparentemente semplice: il fatto che qualcosa non sia direttamente osservabile non significa che non sia reale. Le regole grammaticali di una lingua, per esempio, non possono essere viste o toccate. Eppure nessuno dubita della loro esistenza. Esse guidano concretamente l’attività linguistica dei parlanti e possono essere ricostruite attraverso l’osservazione dei comportamenti e dei giudizi formulati dai membri di una comunità linguistica.
Per comprendere meglio questa situazione, Ferraro distingue diversi livelli. Esiste innanzitutto la grammatica come insieme di regole operative che orientano l’uso della lingua. Questa grammatica appartiene alla realtà sociale e culturale, anche se non è immediatamente visibile. Esiste poi la grammatica elaborata dagli studiosi, cioè il modello teorico che cerca di descrivere e spiegare quelle regole. Infine esiste la grammatica come libro, come testo che raccoglie e trasmette una determinata descrizione della lingua.
La distinzione è essenziale perché i tre livelli non coincidono. Il modello elaborato dagli studiosi non è la realtà che descrive. È una costruzione teorica, inevitabilmente parziale, provvisoria e sottoposta a continue revisioni. Ferraro ricorda che, proprio come accade nella fisica, anche nelle scienze della cultura i modelli risentono di orientamenti teorici, criteri di eleganza esplicativa e trasformazioni del dibattito scientifico.
Da questo punto di vista, il modello non può essere considerato una fotografia del reale. Esso rappresenta piuttosto un tentativo di approssimazione. La conoscenza scientifica consiste precisamente nella costruzione di modelli che cercano di rendere intelligibili processi la cui esistenza viene dedotta a partire dai dati osservabili.
La semiotica, tuttavia, non sempre è stata immune da una possibile confusione. Ferraro osserva che frequentemente il modello interpretativo viene trattato come se coincidesse con il suo oggetto. L’ipotesi teorica viene scambiata per un dato di fatto, la meta-descrizione per una verità direttamente presente nell’oggetto analizzato.
L’esempio del quadrato semiotico è particolarmente significativo. Nessun semiologo dubita che esso costituisca uno strumento metatestuale utile per rappresentare l’organizzazione semantica di un testo. Ma quando si passa dalle categorie teoriche all’universo concreto della significazione, la situazione si complica. Le categorie semantiche esistono nel testo? Nella mente dell’autore? In quella dei lettori? Oppure appartengono al linguaggio teorico con cui gli studiosi cercano di descrivere fenomeni che non possono essere osservati direttamente?
Secondo Ferraro, il rigore scientifico impone di privilegiare quest’ultima risposta. Le categorie analitiche appartengono anzitutto al livello della descrizione teorica. Esse servono a rappresentare processi e organizzazioni di senso, non costituiscono oggetti immediatamente reperibili all’interno del testo come elementi già dati.
Questa riflessione conduce a una conseguenza più generale. Nello studio dei fenomeni culturali, ciò che conta non coincide con il piano dell’immediatamente osservabile. La realtà sociale è costituita soprattutto da strutture invisibili che organizzano il comportamento e l’esperienza dei soggetti. La lingua, le convenzioni culturali, le forme della narrazione o della significazione operano efficacemente proprio senza mostrarsi direttamente.
Ferraro richiama l’attenzione sulla distinzione tra le realtà culturali e i modelli teorici elaborati per descriverle. Questi ultimi non costituiscono l’oggetto dell’analisi, ma rappresentano tentativi di renderne conto attraverso strumenti concettuali e descrittivi.
La realtà culturale non coincide con i modelli che la descrivono. I modelli sono indispensabili per comprenderla, ma restano sempre tentativi di rappresentazione. La loro forza consiste proprio nella capacità di rendere leggibili processi che, pur essendo reali, non si offrono mai direttamente allo sguardo.
Riferimento bibliografico: Guido Ferraro, Il nostro percorso verso il “reale”: semiotica, fisica e cosmologia, in Lexia. Rivista di semiotica, 47–48, Il senso della realtà, dicembre 2025, pp. 29–42.