Nel racconto Doppio sogno di Arthur Schnitzler, l’interesse per la verità non riguarda soltanto l’accertamento dei fatti. Ciò che progressivamente emerge è una distinzione più profonda tra due diversi livelli di verità: da una parte la verità degli eventi, dall’altra la verità dell’identità. È proprio questa tensione a guidare gran parte dell’analisi proposta da Tarcisio Lancioni.
I fatti da cui prende avvio la vicenda sono, in apparenza, modesti. Albertine e Fridolin si raccontano desideri e possibili avventure che non hanno avuto seguito. Nulla è realmente accaduto. Entrambi sono rimasti fedeli e nessuna trasgressione si è concretizzata. Eppure, proprio questa assenza di conseguenze pratiche non impedisce che il racconto di tali episodi assuma un valore decisivo.
I due coniugi passano gradualmente da una conversazione leggera a una confessione più impegnativa. Non si limitano più a discutere di ciò che è accaduto, ma cercano di comprendere ciò che quei fatti rivelano. Il problema non è più sapere se un evento si sia verificato o meno, bensì interrogarsi su ciò che esso lascia intravedere riguardo ai desideri e alle inclinazioni più profonde dei soggetti coinvolti.
Secondo Lancioni, questa trasformazione introduce una distinzione fondamentale tra due tipi di verità. Da un lato vi è la verità del fare, che riguarda gli eventi, le azioni compiute, i programmi narrativi effettivamente realizzati. Dall’altro vi è la verità dell’essere, che riguarda invece il sistema di valori, i desideri e gli orientamenti che caratterizzano più stabilmente il soggetto.
La verità del fare può essere verificata attraverso il racconto degli eventi. Si tratta di stabilire chi ha fatto cosa, quali ruoli siano stati assunti, quali azioni siano state compiute o interrotte. È una verità che si presta al confronto tra versioni diverse dei fatti e che può essere sottoposta a controlli di coerenza.
La verità dell’essere segue invece una logica differente. Non riguarda tanto ciò che un soggetto ha fatto, quanto ciò che desidera, ciò che vorrebbe essere o diventare, i valori a cui è legato. Per questa ragione non può essere semplicemente verificata. Essa deve essere interpretata, ricostruita, svelata attraverso tracce e indizi.
Nel caso di Fridolin, questa seconda forma di verità assume rapidamente un’importanza dominante. Dopo la confessione di Albertine, egli non riesce più a considerare irrilevanti i desideri che la moglie ha raccontato. Anche se nulla è accaduto, il semplice fatto che quei desideri siano esistiti gli appare come la manifestazione di una verità più profonda. Ciò che conta non è più l’assenza di tradimento, ma la presenza di una forza interiore che potrebbe riemergere in qualsiasi momento.
Per Fridolin, gli eventi diventano così segni di qualcosa che li supera. Le azioni, i sogni, le fantasie e persino le occasioni mancate vengono interpretati come rivelatori di un’identità nascosta. L’intero percorso narrativo che segue nasce da questa convinzione e dalla volontà di trovare prove della verità dell’altro e della propria verità.
In questo quadro assume particolare rilievo il tema della prova. Le esperienze vissute, immaginate o sognate non valgono soltanto per ciò che mostrano direttamente. Esse diventano occasioni attraverso cui emergono tracce di una realtà più profonda. Gli eventi vengono letti come sintomi, come manifestazioni indirette di qualcosa che non appare immediatamente.
Lancioni osserva che questa ricerca della verità dell’essere si collega alle pratiche dello svelamento. Non basta constatare un fatto: occorre interpretarlo. Non basta sapere che cosa è successo: occorre comprendere che cosa rivela. In questo senso, confessioni, prove, desideri e sogni diventano strumenti attraverso cui il soggetto tenta di accedere a una dimensione nascosta della propria identità o di quella altrui.
Tuttavia il racconto mette continuamente in crisi questa pretesa. Gli eventi sembrano offrire indizi, ma non garantiscono mai una verità definitiva. Ciò che emerge resta ambiguo, aperto a interpretazioni diverse. Le tracce non conducono a una rivelazione conclusiva, ma alimentano nuove domande e nuovi sospetti.
La posizione finale di Albertine introduce, da questo punto di vista, una prospettiva differente. Se per Fridolin i fatti vissuti o sognati sembrano rivelare l’essenza dei soggetti, Albertine mette in dubbio questa convinzione. Nessun evento, neppure quelli di un’intera vita, sembra in grado di esaurire la verità di una persona. L’identità non coincide con un impulso nascosto che attende semplicemente di essere scoperto, ma comprende anche la capacità di orientare, controllare e trasformare i propri desideri.
La tensione tra verità del fare e verità dell’essere rimane così irrisolta. Il racconto non offre una soluzione definitiva, ma mostra come ogni ricerca della verità personale si trovi sospesa tra ciò che accade e ciò che gli eventi sembrano significare. La verità non coincide né con i fatti né con una presunta essenza nascosta, ma emerge dal difficile rapporto tra azioni, desideri, interpretazioni e credenze.
Riferimento bibliografico:
Tarcisio Lancioni, Dietro la maschera. Verità in semiotica, Estudos Semióticos, vol. 18, n. 2, 2022.