La menzogna è spesso identificata con il falso, ma dal punto di vista semiotico questa equivalenza è insufficiente. Un enunciato falso non è necessariamente una menzogna, così come un discorso verosimile non coincide automaticamente con il vero. Tarcisio Lancioni richiama questa distinzione, mostrando come la menzogna non possa essere definita soltanto in base al contenuto di ciò che viene detto, ma debba essere ricondotta all’atto stesso dell’enunciazione.
Per chiarire questo punto, l’autore richiama la riflessione di Jacques Derrida, che propone una concezione “franca” della menzogna. Perché vi sia realmente menzogna è necessario che chi parla sappia di affermare qualcosa di falso e lo faccia intenzionalmente, con lo scopo di ottenere un vantaggio o di arrecare un danno. Se manca questa consapevolezza, non si è più nel campo della menzogna, ma in quello dell’errore o dell’ignoranza.
Questa distinzione permette di separare fenomeni che nel linguaggio comune tendono a sovrapporsi. Il falso può nascere da una conoscenza incompleta della realtà, da una percezione sbagliata o da una semplice ignoranza. La menzogna, invece, implica sempre una precisa intenzionalità: chi mente conosce la differenza tra ciò che ritiene vero e ciò che decide di comunicare.
Lancioni richiama anche una celebre osservazione di Rousseau, secondo cui è necessario distinguere tra impostura, frode, calunnia e finzione. Mentire per interesse personale, mentire a vantaggio di altri o per nuocere a qualcuno sono pratiche differenti, mentre la finzione appartiene a un altro ordine e non coincide con la menzogna propriamente detta.
La prospettiva semiotica consente di precisare ulteriormente questa distinzione. Ogni discorso che pretende di rappresentare qualcosa richiede innanzitutto un lavoro di costruzione. Anche quando si vuole dire il vero, è necessario selezionare elementi, organizzarli, dar loro una forma espressiva. Nessuna rappresentazione è una semplice riproduzione della realtà: ogni rappresentazione è il risultato di una costruzione discorsiva.
Per questa ragione, costruire una rappresentazione verosimile non significa ancora mentire. Come ricorda Lancioni, riprendendo Pessoa, anche il poeta “finge”, ma questa attività appartiene alla costruzione della rappresentazione e non implica necessariamente l’intenzione di ingannare. La capacità di costruire mondi possibili è una proprietà generale dei sistemi semiotici e non costituisce, di per sé, una pratica menzognera.
La menzogna nasce invece da una seconda operazione. Dopo aver costruito una rappresentazione, il soggetto decide di presentarla come vera pur sapendo che non lo è. È questa strategia enunciativa a definire il carattere propriamente menzognero del discorso. Il problema, dunque, non riguarda soltanto ciò che viene detto, ma il rapporto tra il soggetto dell’enunciazione e il contenuto che egli propone come vero.
In termini semiotici, ciò significa che la menzogna appartiene alla grammatica narrativa dell’enunciazione. Il suo tratto distintivo non è la falsità dell’enunciato, ma il voler-fare dell’enunciatore. La rappresentazione può essere perfettamente costruita e persino plausibile; ciò che la trasforma in una menzogna è l’intenzione di far credere vero ciò che si sa essere falso.
Per questo motivo Lancioni distingue chiaramente due programmi differenti. Da una parte vi è il saper-fare necessario per costruire una scena credibile; dall’altra il voler-fare che orienta l’atto dell’inganno. Le due competenze possono certamente intrecciarsi, ma non coincidono. Si può essere abili nel costruire rappresentazioni senza mentire, così come si può voler mentire senza possedere gli strumenti per risultare credibili.
Questa distinzione consente anche una rilettura dell’Ippia minore di Platone. Nel dialogo, Socrate mette in difficoltà Ippia sostenendo paradossalmente la superiorità di Ulisse rispetto ad Achille, perché chi è capace di mentire possiede una competenza che l’altro non ha. Lancioni osserva però che questo ragionamento sposta il giudizio dal piano delle intenzioni a quello delle capacità. La questione morale riguarda il voler mentire, mentre Socrate, per esigenze argomentative, concentra l’attenzione sul semplice saper mentire.
L’analisi semiotica permette così di distinguere nettamente la competenza dalla motivazione. Il problema non è soltanto se un soggetto sia capace di produrre un discorso credibile, ma quale programma d’azione orienti questa capacità e quale funzione essa assuma nell’interazione con l’altro.
La menzogna non coincide quindi con il falso, né con la finzione, né con l’errore. Essa è una pratica discorsiva specifica, definita dall’intenzione di orientare il credere dell’altro attraverso un uso strategico dell’enunciazione. È in questa relazione tra rappresentazione, intenzione e credenza che la semiotica individua il suo statuto proprio, distinguendola da tutte le altre forme di non-verità.
Riferimento bibliografico:
Tarcisio Lancioni, Dietro la maschera. Verità in semiotica, Estudos Semióticos, vol. 18, n. 2, 2022.