Il simbolo non è una “cosa” con proprietà stabili e prefissate, ma un oggetto semiotico che assume tale statuto in seguito a processi socioculturali di costruzione e sedimentazione del significato. Il simbolo, più che una categoria di segni, può quindi essere inteso come una modalità d’uso del linguaggio e dei testi. In questa prospettiva, ripresa da Paolo Demuru attraverso la riflessione di Umberto Eco, il problema del simbolico si sposta dal piano ontologico a quello pragmatico: non si tratta di stabilire che cosa sia un simbolo, ma di comprendere quando e come qualcosa venga usato simbolicamente.
Eco propone infatti di considerare il simbolo non come un tipo specifico di segno, ma come un “modo”. Si tratta di una strategia interpretativa e produttiva che può essere applicata a qualsiasi grandezza semiotica. Nelle sue parole, il “modo simbolico” è
“un procedimento non necessariamente di produzione ma comunque e sempre di uso del testo […] che produce a livello semantico una nuova funzione segnica, associando ad espressioni già dotate di contenuto codificato nuove porzioni di contenuto, quanto più possibile indeterminate e decise dal destinatario” .
Questa definizione introduce il concetto di indeterminazione semantica. Il modo simbolico non si limita a trasmettere significati già stabiliti, ma genera una “nebulosa di contenuti”, in cui possono convivere interpretazioni molteplici e persino contraddittorie. La funzione simbolica consiste proprio in questa apertura del senso, che permette a una stessa espressione di essere investita da valori diversi a seconda dei contesti e degli interpreti.
Un esempio significativo è quello dei testi religiosi. Nell’esegesi cristiana, figure come il Cristo-Logos diventano centri di condensazione semantica: elementi che mediano tra sistemi di sapere differenti e che, proprio per questo, risultano suscettibili di molteplici letture. Eco osserva che “la Scrittura produce il modo simbolico dell’interpretazione perché il suo contenuto […] è la nebulosa di tutti gli archetipi possibili” .
Questa dinamica non riguarda soltanto l’ambito religioso. Anche oggetti apparentemente univoci, come una bandiera nazionale, possono essere vissuti secondo il modo simbolico. Pur possedendo un significato preciso, essi diventano luoghi di proiezione di contenuti eterogenei: memoria, identità, sacrificio, sicurezza, appartenenza. Ciò che conta non è l’univocità del significato, ma la capacità di mobilitare interpretazioni diverse attorno a un medesimo supporto espressivo.
Di fronte a questa proliferazione semantica, si impone spesso l’esigenza di controllo. Nei diversi ambiti discorsivi, vengono elaborate strategie per contenere la deriva interpretativa. Nel discorso poetico, tali strategie sono affidate alla tradizione e al contesto intertestuale; in quello religioso, a un’autorità che stabilisce i significati legittimi. Eco sottolinea che “quando venga il momento in cui un senso deve essere posto […] interverrà il carisma del detentore dell’interpretazione più autorevole a stabilire il consenso. Possedere la chiave dell’interpretazione, questo è il potere” .
Il modo simbolico si rivela così intrinsecamente legato a dinamiche di potere. La gestione della pluralità semantica non è neutrale, ma implica sempre una lotta per il controllo del senso. In questa prospettiva, la simbolizzazione diventa un terreno di conflitto, in cui attori diversi cercano di orientare l’interpretazione secondo i propri interessi.
Come osserva Demuru, riprendendo Sedda, il rapporto tra simboli e forze sociali assume spesso la forma di una contesa: i simboli possono essere appropriati, trasformati, adattati a nuove situazioni storiche. La loro mutazione non segue una traiettoria lineare, ma dipende da processi di negoziazione e confronto.
Il simbolico si colloca dunque entro un paradigma che potremmo definire agonistico. La produzione del senso non è mai definitiva, ma sempre esposta a tensioni e ridefinizioni. In questo quadro, il modo simbolico appare come una risorsa strategica: da un lato, consente di ampliare il ventaglio dei significati; dall’altro, richiede dispositivi di regolazione che ne orientino gli effetti.
L’elemento centrale resta però la sua natura dinamica. Nessuna grandezza semiotica è simbolica in sé: diventa simbolica quando viene usata in modo tale da generare un effetto di senso caratterizzato da apertura, indeterminazione e condensazione di significati.
Il problema del simbolo, in definitiva, non è il “cosa”, ma il “quando”. E, insieme, il “come” del suo uso.
Riferimento bibliografico: Paolo Demuru, Il senso e i sensi del simbolico, in Contaminazioni simboliche, Meltemi, 2021.