Santiago Guillén mette a fuoco un punto interessante: la riflessione nietzscheana su verità e menzogna non riguarda soltanto un’opposizione morale, ma investe il modo in cui la conoscenza umana si costituisce entro la categoria semantica dell’essere e del sembrare. In questo senso, il tema della verità diventa immediatamente un tema semiotico, perché chiama in causa la costruzione degli effetti di verità e la loro stabilizzazione culturale.
La prospettiva di Nietzsche, così come Guillén la ricostruisce, insiste sulla sproporzione tra la durata e l’immensità della natura e la brevità della cultura. La conoscenza non appare come un accesso trasparente alla realtà, ma come un evento localizzato, contingente, fragile. Entro questo quadro, l’orgoglio legato alla conoscenza viene qualificato come una nebbia accecante che inganna sul valore dell’esistenza. L’illusione non è un incidente: riguarda la condizione stessa dell’intelletto, dei suoi criteri e delle sue pretese.
Da qui la conseguenza: ciò che l’umano produce come “verità” non coincide con una verità assoluta, ma con verità relative, interne alla cultura. Guillén sottolinea che, in Nietzsche, la percezione e la conoscenza non conducono alla verità della natura; restano inscritte in un regime di illusione. Il problema non è semplicemente che si mente: è che l’intelletto umano, nel suo funzionamento ordinario, opera secondo modalità che costruiscono sembianze di verità.
È in questo punto che la discussione si salda esplicitamente alla semiotica. Guillén ricorda che, nella tradizione greimassiana, la problematica della veridizione nasce dalla rottura tra segno e referente e porta a spostare l’attenzione dalla “verità” alla produzione di effetti di verità nel testo-enunciato. In questa linea, la veridizione non è la verifica di una corrispondenza con un referente extra-semiotico, ma la messa a tema del dire-vero come effetto interno, organizzato e riconoscibile.
Al tempo stesso, Guillén non tratta questa impostazione come un semplice punto d’arrivo. Rileva che l’immanentismo metodologico, quando diventa eccessivo, riduce il campo: limita la teoria alla sola veridizione testuale e rischia di trascurare ciò che circonda il testo nel senso ampio del contesto, delle pratiche, della materialità e della corporalità. Per Guillén, la lettura di Nietzsche permette di riaprire un passaggio: se la semiotica ha lavorato sugli effetti di verità, resta comunque decisivo interrogare le questioni epistemiche generali che alimentano quei regimi di verità e ne determinano la forza culturale.
La problematica della veridizione, nella tradizione greimassiana richiamata da Guillén, si articola secondo la categoria semantica dell’essere e del sembrare e sulle loro combinazioni. È su questa articolazione che si fonda il quadrato della veridizione, che consente di descrivere i diversi regimi di verità come effetti sistemici interni a una cultura.
L’idea centrale è quella secondo la quale la conoscenza umana non viene negata, ma viene collocata entro i limiti della sua costituzione simbolica. La cultura elabora regolarità, stabilizza convenzioni, organizza sistemi di significazione; e proprio per questo produce effetti di verità che funzionano, persuadono, orientano. Guillén mostra come, letta con gli strumenti della veridizione, la critica nietzscheana non si riduca a dire che “la verità non esiste”, ma permette di descrivere la distanza tra una realtà assoluta e l’insieme delle verità culturali, sistemiche e convenzionali che gli esseri umani costruiscono e abitano.
Fonte: Santiago Guillén, « Le mythe comme instinct de vérité : commentaires de quelques textes de Friedrich Nietzsche sous le prisme de la véridiction », Actes Sémiotiques, n°131, 2024.
