La ricerca saussuriana non si limita a individuare il principio della giunzione tra due elementi eterogenei. Essa comporta anche la necessità di costruire una terminologia adeguata a descrivere tale principio. È in questo contesto che compaiono i termini signifié e signifiant.
La scelta è tutt’altro che accessoria. Nunzio La Fauci sottolinea che non si tratta di sostantivi, ma di participi. Questo dato grammaticale è decisivo, perché implica un legame costante con il verbo signifier. Signifié e signifiant designano dunque due funzioni di un processo e non due entità.
Da un lato, signifiant rinvia a “ce qui signifie”; dall’altro, signifié a “ce qui est signifié”. Le due funzioni sono inseparabili e si determinano reciprocamente. Non esiste l’una senza l’altra, perché entrambe sono effetti della giunzione che costituisce l’identità linguistica.
La scelta dei participi indica inoltre che il nucleo del sistema non è un fatto compiuto, ma un processo in atto. La lingua non si presenta come un insieme di elementi statici, ma come un continuo operare. In questo senso, la terminologia adottata da Saussure è coerente con la concezione processuale del linguaggio.
Quando questi termini vengono tradotti, tuttavia, la loro specificità tende a dissolversi. In italiano signifié diventa significato e signifiant significante. La corrispondenza formale è corretta, ma introduce un problema teorico rilevante.
Il termine significato è infatti, nell’uso comune, una parola fortemente polisemica. La Fauci osserva che esso è “difficilmente delimitabile e impossibile da tenere a freno”. Questa polisemia rischia di sovrapporsi alla nozione saussuriana, alterandone la precisione.
Signifié non coincide con il “significato” nel senso corrente. Esso designa la funzione di una giunzione e non un contenuto autonomo. Non può quindi essere considerato isolatamente. La sua esistenza è inseparabile da quella di signifiant.
Il problema emerge con particolare evidenza quando la nozione viene assimilata alla semantica tradizionale. La Fauci sottolinea che signifié ha “poco da spartire con la semantica”, intesa come scienza del significato. La differenza sta proprio nel fatto che signifié non è una sostanza, ma una funzione.
La scelta terminologica di Saussure vuole evitare il ricorso a concettualizzazioni estranee, come quelle filosofiche o psicologiche. La terminologia deve essere costruita con i mezzi dell’analisi linguistica e deve restare interna al sistema che descrive.
In questo senso, signifié e signifiant costituiscono un esempio di “autarchia” teorica. La lingua fornisce gli strumenti per la propria descrizione, senza bisogno di appoggiarsi a categorie esterne. La terminologia non è un semplice apparato nominale, ma parte integrante della teoria.
È su questa base che si comprende anche la funzione del termine signe. Una volta individuate le due funzioni della giunzione, il nocciolo del sistema può essere designato come signe. La scelta non è arbitraria: il termine condivide la stessa radice di signifier, signifié e signifiant, garantendo la coerenza dell’insieme.
La Fauci osserva che, nella costruzione saussuriana, “tout se tient”. La terminologia, il metodo e l’oggetto formano un sistema coerente. Il segno non è più una nozione vaga, definita come “qualcosa che sta per qualcos’altro”, ma il risultato di una correlazione descrivibile con precisione.
La questione terminologica si rivela così inseparabile dalla teoria. Comprendere signifié e signifiant significa comprendere il modo in cui la linguistica definisce il proprio oggetto. La difficoltà delle traduzioni e gli equivoci che ne derivano mostrano quanto questa costruzione sia delicata.
La semiologia annunciata da Saussure si fonda proprio su questa esigenza: elaborare una terminologia capace di descrivere la vita dei segni senza ricadere nella polisemia delle parole comuni. In questo senso, il lavoro sui termini non è un dettaglio marginale, ma una condizione essenziale della disciplina.
Fonte: Nunzio La Fauci, Fare segno, «Prometeo», n. 173, marzo 2026.