La nascita della scienza cognitiva viene interpretata da Elmar Holenstein come il ritorno di una tradizione semiotica molto più antica di quanto spesso si creda. Dietro le categorie della cognitive science — “representation”, “symbol”, “code”, “program” — riemerge infatti quella parte della semiotica classica che si occupava delle rappresentazioni mentali, delle “idee”, e che l’autore riconduce direttamente alla tradizione lockeana.
Holenstein osserva che la svolta esplicativa nelle scienze umane e la ricerca sull’intelligenza artificiale hanno prodotto una rivalutazione delle categorie semiotiche. Il comportamento intelligente non viene più spiegato soltanto attraverso concatenazioni osservabili di stimoli e risposte, ma mediante strutture rappresentative interne. In questo quadro, la semiotica non appare più soltanto come teoria generale dei segni esteriori, ma come studio dei processi cognitivi che rendono possibile l’uso stesso dei segni.
Uno dei punti centrali del testo riguarda la rilettura del rapporto tra Saussure e Chomsky. La celebre affermazione chomskyana secondo cui la linguistica sarebbe una branca della psicologia venne percepita da molti linguisti strutturalisti come una minaccia all’autonomia della disciplina. La semiologia saussuriana sembrava infatti garantire che le relazioni linguistiche — grammaticali e semantiche — non fossero ridotte a semplici fenomeni psicologici o biologici.
Holenstein propone però una distinzione più sottile. Saussure inserisce la linguistica in una semiotica generale secondo una prospettiva descrittiva; Chomsky, invece, la collega a una “semiotica speciale” secondo una prospettiva esplicativa. In altre parole, la linguistica chomskyana si fonda precisamente su quella branca della semiotica che studia le rappresentazioni mentali. La differenza non consiste dunque in una contrapposizione assoluta fra linguistica e semiotica, ma nel diverso livello teorico a cui viene collocata la spiegazione dei fenomeni linguistici.
Per Holenstein, il Novecento semiotico aveva progressivamente assunto un’immagine di sé fortemente anti-mentalistica. Fra il 1913 del manifesto comportamentista di Watson e il 1959 della critica di Chomsky al behaviorismo, le scienze umane si erano mosse entro un quadro teorico che tendeva a escludere i processi cognitivi interni. In questa prospettiva, risultava quasi sospetta qualsiasi teoria che introducesse rappresentazioni mentali, immagini o modelli cognitivi.
L’autore insiste sul fatto che tale esclusione aveva però un prezzo teorico molto alto. “The fact that there is no action without envisaging a goal, no complex action without a plan and thus no pragmatics without a cognitive science had been ignored”. La pragmatica stessa, se presa sul serio, implica infatti processi cognitivi: non esiste azione complessa senza pianificazione, né comportamento finalizzato senza rappresentazioni interne.
Da questo punto di vista, la svolta cognitiva appare come un movimento interno alla semiotica stessa. Le categorie della cognitive science non sono estranee alla semiotica: sono categorie semiotiche applicate ai processi mentali. Per questo Holenstein può sostenere che la scienza cognitiva contemporanea rappresenta una sorta di riattivazione della tradizione semiotica classica, rimasta marginalizzata durante la lunga stagione anti-mentalistica del Novecento.
Anche il rapporto con l’intelligenza artificiale assume allora un significato particolare. I modelli computazionali costringono le scienze umane a confrontarsi con categorie come rappresentazione, codice e programma. L’analisi dell’intelligenza artificiale non elimina la semiotica: al contrario, ne rilancia il nucleo cognitivo più profondo.
Riferimento bibliografico: Elmar Holenstein, “Semiotics as a Cognitive Science”, in Cognitive Semiotics, Issue 3, Fall 2008.