Nel corso del Novecento, molte discipline iniziano a interrogarsi non più soltanto sugli oggetti culturali, ma sui processi attraverso cui essi vengono interpretati. Ciò che appariva ovvio — che i libri siano fatti per essere letti, i quadri per essere guardati, la musica per essere ascoltata e le frasi per essere comprese — diventa progressivamente oggetto di riflessione teorica.
Valentina Pisanty osserva che l’attenzione si sposta «dall’oggetto conosciuto al soggetto conoscente», cioè ai filtri cognitivi, linguistici e culturali attraverso cui la realtà viene percepita e organizzata come significativa. L’interprete non occupa più una posizione marginale: diventa il punto in cui il senso si costruisce.
Nello studio dei comportamenti quotidiani, la microsociologia di Erving Goffman analizza le interazioni sociali in chiave “drammaturgica”, mostrando il carattere strategico delle relazioni umane. Anche l’etnometodologia di Harold Garfinkel si concentra sui procedimenti con cui gli individui producono senso nella vita quotidiana, attraverso i resoconti e le interpretazioni delle proprie azioni.
Una trasformazione analoga attraversa le scienze cognitive e la psicologia, dove si afferma l’idea che non sia possibile osservare e descrivere la realtà in modo neutro, prescindendo dal ruolo dell’osservatore. La conoscenza non viene più concepita come semplice registrazione passiva del mondo esterno, ma come attività interpretativa.
Anche l’antropologia culturale attribuisce crescente importanza ai processi di interpretazione. Nell’antropologia interpretativa di Clifford Geertz, le culture si manifestano attraverso testi che l’antropologo deve leggere e interpretare. Pisanty richiama la celebre affermazione secondo cui «le società, come le vite umane, contengono la propria interpretazione». Il lavoro dell’antropologo consiste allora nell’“interpretare le interpretazioni” prodotte dai soggetti stessi della cultura osservata.
La storiografia contemporanea mette a sua volta in discussione l’idea di un fatto storico neutrale e oggettivo. Edward Hallett Carr paragona i fatti non a «pesci sul banco del pescivendolo», ma a pesci che nuotano in un oceano vastissimo: ciò che viene pescato dipende dagli strumenti utilizzati, dalla posizione dell’osservatore e dalle domande che guidano la ricerca.
In tutte queste prospettive emerge un problema comune: comprendere come si produca il senso. Pisanty sottolinea che le diverse teorie richiamate condividono l’interesse per «come si produce o si ottiene il senso di un oggetto dato». È proprio questa convergenza a creare un terreno comune tra ermeneutica, linguistica, critica letteraria e semiotica.
La semiotica interpretativa nasce dentro questo orizzonte teorico. Il testo non è più considerato un contenitore statico di significati già definiti, ma qualcosa che richiede l’intervento di un interprete per potersi attualizzare. Il senso prende forma nel rapporto tra testo e lettore, attraverso operazioni interpretative che rendono il testo effettivamente funzionante.
Pisanty collega questa prospettiva alle semiotiche di Roland Barthes e Jurij Lotman, oltre che alla semiotica interpretativa di Umberto Eco, riconducendola alla semiotica cognitiva di Charles Sanders Peirce. In tutte queste impostazioni, il momento interpretativo non è un’aggiunta esterna al testo, ma una condizione fondamentale della significazione stessa.
Interpretare significa allora partecipare attivamente alla produzione del senso. Il testo non esiste come oggetto completamente autosufficiente: richiede sempre un’attività di lettura, di inferenza, di organizzazione e di riconoscimento. È in questo processo che il senso emerge e si rende accessibile.
Riferimento bibliografico: Valentina Pisanty – Roberto Pellerey, Semiotica e interpretazione, Bompiani, Milano 2004.