Uno dei punti di maggiore tensione tra semiotica e sociologia dell’Actor-Network Theory riguarda la nozione di attante. Francesco Marsciani mostra come questo termine, trasferito dal lessico semiotico alla sociologia di Bruno Latour, cambi profondamente funzione e significato. La questione non è semplicemente terminologica: riguarda il quadro teorico entro cui il concetto viene utilizzato e le conseguenze che derivano dal suo spostamento disciplinare.
Nella prospettiva di Latour, la nozione di attante serve a descrivere reti composte da agenti eterogenei, nei quali interagiscono esseri umani, oggetti, animali e altre entità. L’Actor-Network Theory intende infatti superare una concezione della sociologia limitata ai soli attori umani, includendo all’interno dei processi sociali anche elementi non umani capaci di modificare rapporti di forza, circolazione di conoscenze, qualificazioni e giudizi. In questo quadro, il termine “attante” appare utile perché consente di designare una funzione agentiva più ampia rispetto alla figura tradizionale dell’attore sociale.
Marsciani insiste però su una distinzione fondamentale: nella semiotica strutturale l’attante non coincide affatto con un attore empirico. L’attante è una funzione sintattica, mentre l’attore è una funzione di identificazione. L’attore possiede una localizzazione nello spazio e nel tempo, può essere riconosciuto, qualificato, quantificato e sottoposto a procedure anaforiche e cataforiche. L’attante, invece, non ha un’identità empirica stabile: è una pura posizione grammaticale interna alla grammatica narrativa.
Questa differenza implica che l’attante esiste soltanto all’interno di una struttura narrativa che ne definisce le relazioni. Senza grammatica narrativa non esiste alcun attante. Ed è proprio qui che emerge, secondo Marsciani, il problema teorico della Actor-Network Theory: la sociologia delle reti non dispone di una grammatica narrativa capace di fondare il funzionamento dell’attante in senso semiotico.
Quando Latour estende la nozione agli oggetti, agli animali o alle cose, questi elementi finiscono inevitabilmente per assumere la forma di attori. Diventano personaggi inseriti nelle retoriche sociali e nei dispositivi discorsivi che organizzano la rappresentazione del mondo sociale. L’attante semiotico, invece, non è un personaggio e non possiede alcuna consistenza empirica autonoma.
Marsciani osserva che la sovrapposizione tra agire sociale e senso narrativo produce conseguenze teoriche problematiche anche all’interno della semiotica contemporanea. In particolare, critica la comparsa di espressioni come “attante collettivo”, considerate una vera e propria contraddizione nei termini. Se l’attante è una funzione sintattica, non può essere quantificato né numerato; non può dunque diventare collettivo o individuale nello stesso modo in cui lo può essere un attore empirico.
La diffusione di queste formulazioni segnala, secondo Marsciani, una progressiva cattura della semiotica da parte di una semantica della socialità centrata sulla nozione di collettivo. La conseguenza è che la tipologia degli enti dotati di senso narrativo tende a ridursi entro categorie sociologiche, facendo perdere di vista il livello propriamente grammaticale dell’attanzialità.
Una problematica analoga emerge nella discussione dei regimi di interazione elaborati da Eric Landowski. Marsciani interpreta questa proposta non come un’estensione della grammatica narrativa greimasiana, ma come una modellizzazione di configurazioni discorsive interattoriali. La distinzione è decisiva: nel momento in cui si introducono qualificazioni come “cognitivo” e “sensibile”, gli attanti sembrano trasformarsi in personaggi dotati di facce, corpi e sensibilità. Ciò che compare sulle scene del sociale non sono più funzioni sintattiche astratte, ma figure attoriali pienamente configurate.
Il problema resta allora aperto: l’introduzione di queste trasformazioni costituisce un arricchimento della descrizione dei fenomeni sociali oppure una perdita di rigore concettuale? Marsciani lascia emergere la questione senza ridurla a una semplice opposizione disciplinare. In gioco non vi è soltanto il destino di alcuni termini teorici, ma il rapporto stesso tra semiotica, sociologia e descrizione dei fatti significanti.
Riferimento bibliografico: Francesco Marsciani, «Tra Latour e la semiotica», in Composizioni. Sei note ecosofiche su Bruno Latour, 2024.