La capacità di un simbolo di condensare significati diversi e non completamente determinabili non esaurisce la sua funzione nei processi di significazione. Accanto alla dimensione semantica, il simbolico presenta una dimensione estesica e passionale, che riguarda il sentire collettivo e le modalità attraverso cui un simbolo può catalizzare e canalizzare tensioni sensibili, emozioni e passioni all’interno di un determinato universo socioculturale.
Una prima formulazione del problema si trova nella riflessione di Umberto Eco sul modo simbolico. Dopo aver descritto la capacità del simbolo di accogliere una pluralità di contenuti, Eco introduce un elemento ulteriore:
«È come se, nel modo simbolico, si verificasse un consenso fatico: non si è d’accordo su ciò che il simbolo vuole dire, ma si è d’accordo nel riconoscergli un potere semiotico».
Il consenso non dipende dunque necessariamente dalla condivisione di un significato preciso. Ciò che accomuna gli interpreti è il riconoscimento della forza del simbolo, di quello che Eco, riprendendo un termine della tradizione antropologica, definisce il suo mana. Si tratta di un riconoscimento collettivo che pone il problema del contatto e del contagio sociale, spostando l’attenzione dai contenuti semantici ai regimi di interazione estesico-passionali.
Paolo Demuru individua in questa osservazione un problema teorico che Eco lascia sostanzialmente inesplorato: il rapporto tra l’apertura semantica del modo simbolico e gli investimenti sensibili e passionali che possono accompagnarla. Per affrontarlo, diventa particolarmente significativa la riflessione antropologica di Victor Turner sui simboli rituali dominanti.
Nella sua analisi dei rituali della popolazione Ndembu, Turner distingue due poli di significato. Il primo, denominato polo ideologico, comprende i significati relativi all’ordine sociale e morale della collettività. Il secondo, definito polo sensoriale, raccoglie invece i significati capaci di suscitare desideri e sentimenti. Questi ultimi sono strettamente connessi alle qualità fisiologiche del simbolo, ossia, in termini semiotici, ai suoi tratti plastici e figurativi.
L’albero del latte, uno dei simboli rituali analizzati da Turner, offre un esempio di questa articolazione. Il lattice bianco che fuoriesce dalla corteccia richiama il latte umano, il seno femminile e l’allattamento. Le caratteristiche sensibili dell’albero concorrono così alla costituzione del suo significato simbolico.
La proprietà fondamentale dei simboli dominanti consiste tuttavia nella capacità di mettere in relazione i due poli. Come scrive Turner, essi pongono «in stretto contatto le norme etiche della società con forti stimoli emotivi». Le norme e i valori sociali vengono investiti di emozioni, mentre le emozioni immediate entrano in rapporto con i valori della collettività. È questa articolazione che permette ai simboli dominanti di agire come forze capaci di spingere individui e gruppi all’azione.
Una prospettiva affine emerge nella riflessione semiotica di Gianfranco Marrone sull’efficacia simbolica, concetto elaborato da Claude Lévi-Strauss attraverso lo studio di un rituale terapeutico della popolazione Cuna. Il rituale, costituito da canti e figure mitiche, produce un sistema di corrispondenze simboliche attraverso il quale una donna che incontra difficoltà durante il parto può attribuire un senso alla propria condizione fisica, rendendo possibile una trasformazione somatica.
L’efficacia simbolica mostra così come il linguaggio e la significazione non si limitino alla rappresentazione del mondo o alla trasmissione di informazioni, ma intervengano nella produzione e nella trasformazione delle credenze, dei comportamenti e delle condizioni somatiche.
Marrone distingue, in questo processo, quattro dimensioni del senso: quella cognitiva, relativa alla circolazione del sapere; quella pragmatica, attraverso cui la comunicazione agisce sui soggetti e sui loro comportamenti; quella passionale, che coinvolge le logiche affettive; e quella somatica, che costituisce il fondamento corporeo delle altre dimensioni.
Questa articolazione permette di rileggere anche la distinzione proposta da Turner. Il polo ideologico corrisponde alla dimensione semantico-cognitiva, mentre quello sensoriale comprende le componenti somatiche e passionali. A queste si aggiunge la dimensione pragmatica, poiché i simboli dominanti possiedono la capacità di orientare l’azione.
Un caso particolarmente significativo, analizzato da Eric Landowski e Gianfranco Marrone, è quello di Diana Spencer. La principessa è stata investita di significati diversi e talvolta contraddittori: tradizione popolare e aristocratica, pubblico e privato, riservatezza e ostentazione. Questa molteplicità semantica trova un correlato plastico-figurativo nel gesto di abbassare gli occhi, interpretato come espressione di un’ostentata umiltà.
Il gesto assume una valenza simbolica e contribuisce alla costituzione di un’esperienza estesica collettiva. Attraverso Diana, l’opinione pubblica arriva a riconoscersi come un corpo politico fondato anche su legami somatici, sensoriali e affettivi.
Dopo la morte della principessa, la decisione della regina Elisabetta di uscire da Buckingham Palace per deporre fiori accanto a quelli lasciati dalla gente comune produce una nuova forma di contatto estesico. Il gesto, trasmesso in diretta dai media, consente una risemantizzazione dell’immagine della monarchia attraverso la condivisione pubblica della compassione.
In questo caso, l’indeterminazione semantica del simbolo si accompagna dunque a processi di riconoscimento sensibile, di mobilitazione passionale e di trasformazione delle relazioni sociali.
La questione centrale non riguarda soltanto la possibilità che un simbolo accolga significati molteplici, ma anche la sua capacità di concentrare e diffondere le tensioni estesiche e passionali presenti nel corpo sociale. Occorre distinguere, a questo proposito, tra carica estesica, intesa come insieme di umori e tensioni sensibili non necessariamente precisati che possono diffondersi per contagio, e carica passionale, riferita invece a passioni socialmente e culturalmente riconosciute e nominate.
L’ipotesi formulata da Demuru è che esista una correlazione tra la potenziale apertura del simbolo verso orizzonti semantici ampi e indeterminati e la sua capacità di catalizzare e canalizzare tali cariche estesiche e passionali.
Il simbolo può essere quindi considerato non soltanto come una grandezza semiotica capace di condensare una pluralità di significati, ma anche come una forza che interviene nei processi di contagio sensibile e passionale. La sua efficacia si manifesta nell’articolazione tra valorizzazioni semantiche, esperienze estesiche, passioni e azioni collettive.
Fonte: Paolo Demuru, «Il senso e i sensi del simbolico», in Gianfranco Marrone (a cura di), Contaminazioni simboliche. Annali del Centro internazionale di Scienze Semiotiche, Meltemi, Milano, 2021.