Se il confronto tra la traiettoria generativa del senso e l’intelligenza artificiale mette in luce profonde differenze sul piano della produzione, la questione diventa ancora più radicale quando riguarda l’enunciazione. Marion Colas-Blaise affronta infatti uno dei problemi più discussi della semiotica contemporanea: una macchina può davvero produrre senso oppure manipola soltanto segni?
La risposta proposta dall’autrice è che i sistemi di intelligenza artificiale generativa sono in grado di elaborare configurazioni sempre nuove, ma il significato di queste configurazioni non nasce autonomamente dalla macchina. Esso dipende dall’intervento dell’interprete umano, che trasforma configurazioni virtuali in forme pienamente significanti.
Per chiarire questa distinzione, Colas-Blaise osserva che i modelli generativi operano attraverso previsioni statistiche costruite su enormi quantità di dati. Essi manipolano parole, immagini e altri segni, ma non possiedono intenzionalità, coscienza o comprensione soggettiva. La macchina non attribuisce valori né costruisce rappresentazioni del mondo nel modo in cui lo fa un soggetto umano.
Ciò non significa che l’intelligenza artificiale sia priva di una componente semantica. L’autrice riconosce che i segni elaborati dagli algoritmi conservano necessariamente un contenuto semantico. Tuttavia, durante il processo computazionale questo contenuto viene trasformato in una serie di virtualità mediante operazioni di tokenizzazione, vettorizzazione e calcolo probabilistico. Solo quando l’essere umano interpreta gli output prodotti dalla macchina queste virtualità raggiungono il livello della significazione effettiva.
La nozione di interpretazione assume così un ruolo decisivo. Riprendendo Jacques Fontanille, Colas-Blaise richiama il concetto di realizzazione, inteso come l’incontro tra le forme del discorso e la realtà. È proprio questo passaggio che, secondo l’autrice, rimane prerogativa dell’essere umano. La macchina può attualizzare configurazioni; la loro realizzazione come forme di senso dipende invece dall’attività interpretativa dell’enunciatore umano.
Da questa prospettiva viene riconsiderata anche la teoria dell’enunciazione. Il dibattito contemporaneo oscilla, secondo Colas-Blaise, tra tre posizioni: attribuire una vera enunciazione alla macchina, ridurla a semplice strumento nelle mani dell’uomo oppure analizzare il rapporto tra uomo e macchina come un dispositivo enunciativo misto. È quest’ultima la soluzione che l’autrice sviluppa.
L’enunciazione diventa così un processo ibrido. L’essere umano programma il sistema, formula i prompt, seleziona gli output e infine li interpreta; la macchina, a sua volta, elabora dati, costruisce correlazioni e produce nuove configurazioni. L’attività enunciativa risulta quindi distribuita tra più istanze, senza che ciò comporti l’attribuzione di una soggettività autonoma all’intelligenza artificiale 4.-Marion-Colas-Blaise.pdf.
Per descrivere questa condizione, Colas-Blaise richiama le riflessioni di Claudio Paolucci sul soggetto «cyborg». L’essere umano non viene concepito come un individuo completamente autonomo che utilizza occasionalmente degli strumenti, ma come un soggetto la cui attività cognitiva si è sempre sviluppata attraverso il rapporto con gli oggetti tecnici. L’intelligenza artificiale rappresenta quindi un nuovo stadio di una relazione molto più antica tra l’uomo e la tecnica.
In questo quadro acquista particolare rilievo anche il pensiero di Gilbert Simondon. L’oggetto tecnico non viene considerato un semplice mezzo, ma un elemento che partecipa a un processo di individuazione condivisa. Uomo e macchina costituiscono un «milieu associé», un ambiente nel quale entrambi si definiscono reciprocamente attraverso l’interazione.
L’autrice riprende inoltre il concetto di «eterogeneità costitutiva» elaborato da Jacqueline Authier-Revuz. Il soggetto dell’enunciazione non coincide mai con una voce completamente unitaria, perché è sempre attraversato da discorsi, linguaggi e istanze molteplici. L’interazione con i sistemi generativi amplia ulteriormente questa eterogeneità, introducendo nella produzione del discorso anche i processi algoritmici.
Ciò non significa, però, che l’identità dell’enunciatore venga cancellata. Al contrario, Colas-Blaise sostiene che il soggetto continua a costituirsi nell’atto stesso dell’enunciazione. È il pronome «io» a produrre l’effetto di una soggettività unitaria, pur emergendo da una rete complessa di relazioni collettive, linguistiche e tecniche.
Da questa analisi deriva anche una diversa interpretazione della traiettoria generativa del senso. Il modello elaborato da Greimas mantiene infatti un valore euristico fondamentale, ma non può più essere considerato un modello universale della generazione. Esso descrive il modo in cui il semiologo ricostruisce le strutture del senso, mentre i sistemi di intelligenza artificiale consentono di osservare un differente tipo di processo generativo, fondato sulla manipolazione computazionale dei segni.
Il confronto tra questi due modelli non conduce dunque a una sostituzione della semiotica con l’intelligenza artificiale. Al contrario, secondo Colas-Blaise, è proprio l’analisi dei processi algoritmici a mettere in evidenza ciò che rimane specificamente umano: la capacità di interpretare, contestualizzare e realizzare il senso. La generazione automatica di testi e immagini rende ancora più evidente che il significato non coincide con la semplice produzione di configurazioni, ma nasce dall’incontro tra tali configurazioni e un soggetto capace di attribuire loro un valore all’interno di un contesto culturale.
Riferimento bibliografico: Marion Colas-Blaise, From the Greimasian generative trajectory to generative artificial intelligence: Rethinking the status of the human punctum.gr, Punctum. International Journal of Semiotics, 2025.