L’efficacia può manifestarsi anche quando non è possibile ricondurre immediatamente un effetto a una causa materiale riconoscibile. È questa la direzione esplorata da Eric Landowski a partire dall’effetto placebo: la guarigione ottenuta attraverso la somministrazione di quello che Isabella Pezzini definisce un «farmaco-simulacro». Il fenomeno offre alla riflessione semiotica un caso particolarmente significativo, perché sembra mettere in discussione una concezione rigidamente deterministica del rapporto tra cause ed effetti.
Landowski osserva che proprio queste guarigioni sono particolarmente interessanti: pur presentandosi apparentemente come effetti privi di cause reali, possono finire per rafforzare, nel paziente o nel medico che ignorano la natura del trattamento, la «credenza nell’efficienza delle catene deterministe». L’efficacia non viene dunque meno con l’assenza di un principio farmacologico attivo: è necessario interrogarsi diversamente sulle condizioni che rendono possibile l’effetto.
Pezzini accosta questa problematica a quella dei testi concepiti per «fare effetto». Il rapporto tra testo e soggetto può essere pensato attraverso un’analogia con quello tra medicina e corpo: «i testi sono rispetto all’anima lo stesso di una medicina efficace per il corpo». Ma i due versanti non rimangono separati. La medicina può rivolgersi all’anima per produrre effetti sul corpo e, inversamente, i testi possono agire sull’umore e quindi sul corpo. La biblioteca può così essere pensata come una «farmacopea dell’anima», mentre i testi funzionano come regolatori della foria, in rapporto alla ricerca di senso e di valori.
A partire da qui, Landowski introduce la possibilità di pensare veri e propri «testi placebo». Nella pratica semiotica della lettura del mondo può infatti accadere che quella che egli chiama la «grazia del senso» si produca prima che sia possibile stabilire la causa che l’ha determinata. Cambia, di conseguenza, anche la direzione della ricerca semiotica. Non si tratta più soltanto di partire da un testo già costituito per ricercarne il senso attraverso l’interpretazione; diventa possibile, al contrario, partire dall’emergere del senso per ricercare il testo.
In questa prospettiva, il testo stesso non deve necessariamente essere concepito come un oggetto già dato, nel quale siano stati programmati determinati effetti sul destinatario. Può essere considerato come qualcosa che accede all’esistenza a posteriori, in conseguenza dell’effetto prodotto sul soggetto. Pezzini riporta la formulazione di Landowski secondo cui il soggetto, attraverso la presa di senso, istituisce come testo «lo spazio stesso in cui, per lui, si manifesta tale presenza di senso».
Questa presa di senso appartiene all’ordine del sensibile. Una configurazione si rende presente al soggetto e diventa direttamente intelligibile in rapporto al suo modo di essere al mondo, senza richiedere necessariamente la mediazione di un linguaggio «socialmente istituito e formalmente appreso». È su questo terreno che Landowski orienta la riflessione verso una semiotica dell’esperienza.
La questione riguarda in modo particolare l’esperienza dell’opera d’arte. Non basta considerare l’opera come qualcosa che un soggetto legge e interpreta. Occorre tener conto anche della forma di alterità che essa manifesta, del suo costituirsi di fronte al soggetto. La configurazione sensibile è dunque «agente, e non semplicemente leggibile». Il corpo partecipa alla relazione estesica e alle operazioni attraverso le quali la superficie del mondo-oggetto può trasformarsi in un reticolo di immagini capace di impegnare «l’intelligibilità del sensibile».
Il concetto di contagio assume così un ruolo importante. Landowski lo propone come principio delle esperienze nelle quali il soggetto può riconoscersi o scoprirsi diverso da ciò che era attraverso la propria co-presenza con l’oggetto. Il rapporto non procede semplicemente da un soggetto osservante verso un oggetto osservato: inizialmente, scrive Pezzini, «è l’osservato che dà la sua forma all’osservante, offrendogli la sua configurazione».
L’efficacia non consiste quindi soltanto nella capacità di un testo di programmare una risposta o di persuadere un destinatario. Nella relazione estesica, il soggetto può proiettarsi nella configurazione che incontra, immergervisi e, nelle parole di Pezzini, «lasciarsi prendere per contagio». L’effetto testuale diviene così inseparabile da un’esperienza sensibile nella quale la relazione fra soggetto e oggetto può trasformare il soggetto stesso.
Riferimento bibliografico: Isabella Pezzini, L’efficacia del testo. Effetti e affetti nella semiosi