Nella seconda fase della riflessione greimasiana si afferma un progetto teorico che segna un passaggio decisivo: l’abbandono del segno come unità fondamentale di analisi e l’adozione del testo come oggetto privilegiato della semiotica. Questo spostamento non è puramente terminologico, ma implica una trasformazione profonda del modo di concepire la significazione.
Nel linguaggio comune, il testo viene spesso associato alla scrittura, alla stabilità di un supporto materiale e alla presenza di un autore che garantisce l’unità e la verità del senso. La semiotica, invece, è chiamata a superare questa concezione ristretta. In senso tecnico, il testo non coincide con l’opera scritta, ma designa qualsiasi porzione di realtà che sia portatrice di contenuti culturali e che venga selezionata dall’analista in funzione di un progetto descrittivo.
Un libro, un quadro, una partitura musicale, uno spot pubblicitario, un oggetto d’uso, una conversazione o un’interazione sociale possono essere considerati testi, purché siano sottoposti a un’analisi che ne interroghi il funzionamento significante. Il testo non è dunque un dato naturale, ma il risultato di un’operazione di ritaglio teorico. In questo senso, esso precede l’analisi solo logicamente, come entità posta dall’analista prima di essere descritta.
L’adozione del testo come unità di analisi consente alla semiotica di estendere il proprio campo oltre la lingua verbale e di configurarsi come teoria generale della significazione, capace di affrontare sistemi simbolici eterogenei senza imporre restrizioni preliminari sulla loro natura materiale.
Fonte: Stefano Traini, Le basi della semiotica, Collana “Strumenti Bompiani”, Bompiani.