Il segno non è una cosa che possiede di per sé la proprietà di significare. Non è neppure una particolare categoria di oggetti costruiti per comunicare qualcosa. Ciò che lo caratterizza è il suo rimandare a qualcosa di diverso da sé, a qualcosa che non è immediatamente presente. Il segno si costituisce dunque attraverso una relazione fra ciò che appare ai sensi e ciò che viene richiamato alla mente.
Ugo Volli definisce il segno come «una paradossale relazione fra cose del mondo e cose che non ci sono». È una concezione che trova una formulazione classica nell’espressione latina aliquid pro aliquo, qualcosa che sta per qualcos’altro. Più precisamente, Agostino di Ippona definisce il segno come una cosa che, oltre alla propria apparenza sensibile, suscita il pensiero di qualcos’altro. La definizione mette in gioco diversi elementi: una cosa percepibile, il pensiero di qualcuno e un senso che non coincide con la semplice presenza materiale della cosa.
Il passaggio dalla traccia al segno richiede quindi qualcosa di più della percezione. Una traccia può essere vista, udita o riconosciuta attraverso gli altri sensi senza necessariamente rinviare ad altro. Diventa segno quando, a partire dalla sua apparenza sensibile, suscita il pensiero di qualcosa che non è immediatamente presente. È questa alterità a caratterizzare il segno: ciò che esso significa non coincide semplicemente con ciò che materialmente è.
Ma che cosa costituisce questo «altro» al quale il segno rimanda? Volli distingue almeno due livelli: il significato, che ha carattere concettuale e astratto, e il referente, che ha carattere materiale e individuale. La distinzione emerge chiaramente considerando i diversi modi in cui possiamo parlare di un cane. Quando nominiamo il cane in un discorso generale, oppure lo rappresentiamo in un libro di biologia, ci riferiamo a una specie animale, individuata attraverso determinate caratteristiche. Quando invece parliamo del cane di famiglia, per esempio chiedendoci se sia necessario portarlo a passeggiare, il riferimento riguarda un animale particolare, individualmente identificabile.
Una distinzione analoga si può osservare nella pittura. Davanti al ritratto di una giovane donna rinascimentale, possiamo riconoscere una certa rappresentazione della bellezza, della nobiltà o della giovinezza. Ma il dipinto può anche riferirsi a una persona determinata. È il caso della Dama con l’ermellino di Leonardo, nella quale il riferimento individuale è Cecilia Gallerani. Il significato generale e il referente particolare costituiscono così due possibili livelli di ciò a cui il segno rinvia.
La distinzione, tuttavia, non è sempre netta. Volli la introduce per evitare confusioni, senza farne il centro della propria riflessione. Ciò che conta soprattutto è «la tensione che il segno induce nel suo lettore verso qualcosa d’altro da sé». Il segno non si esaurisce nella propria apparenza: attraverso di essa richiama qualcosa che non coincide con la sua presenza sensibile.
Questa caratteristica riguarda anche l’opera d’arte. Una sinfonia non è soltanto una successione di suoni, una pittura non si riduce ai tratti di pennello sulla tela, una poesia non coincide semplicemente con una serie di parole scritte. L’opera d’arte, secondo Volli, è sempre qualcosa di più della sua consistenza materiale. Essa implica inoltre un’operazione di presa in carico e si presenta sfruttando le peculiarità percettive e l’Enciclopedia culturale dei suoi spettatori. La prospettiva, la rima e la modulazione musicale sono alcuni dei fenomeni che dipendono da queste condizioni.
La proprietà fondamentale del segno rimane dunque il rinvio a qualcosa d’altro. La sua apparenza sensibile è ciò da cui prende avvio un processo che conduce oltre la cosa percepita, verso un significato o un referente. È in questa tensione fra ciò che è presente e ciò che viene richiamato che si riconosce la specificità del segno.
Riferimento bibliografico: Ugo Volli, Piccolo trattato del segno.
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