Se la testimonianza costituisce una delle principali fonti della conoscenza storica, la questione centrale riguarda il modo in cui essa deve essere trattata. La difficoltà nasce dal fatto che le testimonianze sono intrinsecamente fallibili: possono essere inesatte, distorte, reticenti o deliberatamente false. Non solo possono essere state falsamente attribuite o costruite a posteriori, ma anche quando la loro autenticità materiale è accertata, nulla garantisce che dicano il vero sugli eventi che pretendono di attestare.
Di qui il rischio di una deriva scettica: se le testimonianze non sono affidabili, perché continuare a considerarle come prove? Come osserva Valentina Pisanty, la possibilità stessa che esse si riferiscano a fatti mai avvenuti – o che deformino radicalmente ciò che è accaduto – potrebbe condurre a dubitare dell’esistenza degli eventi storici stessi.
Tuttavia, tra il riconoscimento della fallibilità delle testimonianze e la conclusione che esse non abbiano alcun valore probatorio si apre uno spazio importante. In questo spazio si colloca il metodo storiografico, che rappresenta il principale antidoto contro il dubbio radicale. L’idea di fondo, di matrice peirceana, è che l’attività cognitiva, pur non potendo accedere direttamente alla realtà passata, tenda progressivamente ad adeguare le proprie rappresentazioni agli eventi, attraverso procedure controllate di indagine.
La questione si traduce allora in un problema operativo: come trattare un materiale così incerto senza cadere né nella credulità ingenua né nello scetticismo assoluto? In questo contesto, Pisanty richiama una posizione di Peirce che, a prima vista, può apparire sorprendente. Egli sostiene che, in assenza di motivi concreti per dubitare, è opportuno dare la precedenza all’ipotesi che il testimone dica il vero, facendo leva su un “istinto di credere alle testimonianze” senza il quale la vita sociale stessa non sarebbe possibile.
Questa indicazione non va però interpretata come una semplice esortazione alla credulità. Il riferimento all’istinto non implica una rinuncia al controllo critico, ma indica piuttosto il punto di partenza pragmatico dell’indagine: non si ha motivo di dubitare se non si dispone di ragioni definite, oggettive e solide per farlo. In altri termini, il dubbio deve essere giustificato, non presupposto.
A questo livello si può distinguere tra due diversi modi di trattare le testimonianze. Da un lato vi è il contesto della vita quotidiana, in cui la fiducia è generalmente concessa senza particolari cautele. Dall’altro vi sono contesti in cui la posta in gioco è elevata – come quello giudiziario – in cui la testimonianza deve essere sottoposta a verifiche rigorose, interrogatori e controlli incrociati.
La posizione della storiografia si colloca più vicino a questo secondo modello. Quando lo storico utilizza una testimonianza per ricostruire una dinamica fattuale, egli non si limita ad accettarla, ma la sottopone a una serie di verifiche: si interroga sulla posizione del testimone rispetto agli eventi, sui suoi possibili interessi, sulla sua affidabilità, sulle condizioni percettive in cui si trovava, e sulla coerenza del suo racconto con l’insieme degli altri indizi disponibili.
Non si tratta dunque di credere o non credere in modo assoluto, ma di sospendere il giudizio fino a quando non siano stati effettuati gli accertamenti necessari. Il contenuto della testimonianza resta in una sorta di stato intermedio: non viene né accettato né rifiutato, ma valutato all’interno di un quadro più ampio di prove e di ipotesi.
In questo senso, la regola peirceana può essere reinterpretata come un principio di economia del dubbio. Non si deve moltiplicare il sospetto senza motivo, ma allo stesso tempo non si deve accordare fiducia senza verifica. Il compito dello storico consiste precisamente nel mantenere questo equilibrio, evitando sia l’accettazione acritica sia il rifiuto pregiudiziale delle testimonianze.
Il metodo storiografico emerge così come una pratica di controllo delle credenze: un sistema di selezione delle ipotesi che mira a sottrarre l’interpretazione del passato alle pressioni del potere, alle convinzioni arbitrarie e alle letture interessate. In assenza di tali procedure, la ricostruzione storica sarebbe esposta alla proliferazione incontrollata di racconti, ciascuno dei quali potrebbe essere sostenuto senza alcuna garanzia di attendibilità.
Fonte: Valentina Pisanty, Per una semiotica della testimonianza, RIFL / SFL, 2014.