Una testimonianza è composta di parole e, come ogni testo linguistico, appartiene alla sfera dei simboli. Proprio per questo può essere inesatta, deformata o persino deliberatamente falsa. Eppure, nella ricerca storica, una testimonianza viene spesso utilizzata come prova di un evento realmente accaduto. È questa la questione teorica affrontata da Valentina Pisanty, che si interroga sul dispositivo semiotico capace di attribuire a un enunciato linguistico un valore indessicale, cioè il valore di traccia di un fatto passato.
Secondo l’autrice, una testimonianza non costituisce innanzitutto un indice dell’evento che racconta. L’unica realtà di cui essa è direttamente traccia è l’attività mentale del soggetto che la produce. Anche una menzogna testimonia infatti qualcosa: il fatto che qualcuno abbia pensato e deciso di formulare un determinato enunciato. Il rapporto con l’evento storico è invece indiretto e deve essere ricostruito.
Per chiarire questo passaggio, Pisanty propone una vera e propria catena semiotica. L’evento produce un’esperienza nel testimone; l’esperienza lascia una traccia nella memoria; quella traccia alimenta un’attività cognitiva dalla quale nasce infine la testimonianza. La forza probatoria del racconto dipende quindi dalla continuità di questa successione: evento, esperienza, memoria, attività cognitiva e comunicazione. È soltanto se questa continuità viene ritenuta plausibile che il racconto può essere assunto come indizio di ciò che è realmente accaduto.
In questa prospettiva acquista particolare importanza la presenza del testimone. Chi testimonia afferma implicitamente di essere stato presente ai fatti e di riferire ciò che ha visto o sinceramente ritiene di avere visto. Pisanty, richiamando anche Paul Ricoeur, riconduce questo impegno alla formula essenziale: «Io ero lì. Credetemi». La testimonianza non consiste soltanto nel racconto di un evento, ma anche nell’assunzione pubblica di una responsabilità nei confronti di ciò che viene dichiarato.
Lo storico, tuttavia, non si limita ad accogliere questa dichiarazione. Egli la considera un punto di partenza, non un punto di arrivo. Accettando provvisoriamente il patto proposto dal testimone, mantiene comunque aperta la possibilità che esso sia stato violato. Da qui nasce un duplice livello di analisi.
Da una parte vi è la storia raccontata dal testimone, cioè la sequenza degli eventi che egli descrive. Dall’altra vi è la storia della testimonianza, vale a dire il modo in cui quel racconto è stato prodotto, registrato e trasmesso. Quando emergono incongruenze o discrepanze, lo storico non si limita a chiedersi se il racconto sia vero o falso: cerca piuttosto di spiegare come e perché quella testimonianza abbia assunto proprio quella forma.
È questo il momento in cui prendono forma le cosiddette “controstorie”. Se il racconto appare incompatibile con il quadro delle conoscenze disponibili, diventa legittimo formulare nuove ipotesi: il testimone potrebbe essersi sbagliato, avere mentito, essere stato influenzato da altri racconti oppure avere subito pressioni. Anche queste ricostruzioni, però, devono essere sottoposte agli stessi criteri di coerenza, completezza ed economicità che regolano ogni altra ipotesi storiografica.
Da questa impostazione deriva una conclusione significativa. Una testimonianza ritenuta inattendibile non perde necessariamente il proprio interesse storico. Anche quando il racconto non può essere considerato una prova attendibile dell’evento narrato, esso continua a costituire un documento prezioso sul modo in cui quell’evento è stato percepito, ricordato, interpretato o trasformato nel tempo. Perfino una falsa testimonianza conserva quindi un valore conoscitivo, perché permette di comprendere i processi culturali attraverso cui una determinata rappresentazione del passato si è costruita e diffusa. Come mostra Pisanty, la semiotica della testimonianza non riguarda soltanto il rapporto tra linguaggio e verità, ma anche quello tra memoria, interpretazione e storia.
Riferimento bibliografico: Valentina Pisanty, Per una semiotica della testimonianza, in RIFL / SFL, 2014, pp. 323-336.