Claudio Paolucci colloca la semiotica cognitiva all’interno di una linea teorica che attraversa l’intera tradizione semiotica del Novecento: quella che conduce dalla semiotica di Charles Sanders Peirce alla riflessione di Umberto Eco. È proprio Eco, ricorda Paolucci, ad aver definito la teoria peirceana dei segni come una forma di «semiotica cognitiva», sottolineando quanto profondamente essa abbia influenzato il suo lavoro.
Per Peirce, tuttavia, ciò che Eco chiama “semiotica cognitiva” non è una specie particolare di semiotica distinguibile dalle altre. Piuttosto, la teoria della cognizione è inseparabile dalla teoria dei segni. La ragione è semplice: pensare significa sempre pensare attraverso segni. Peirce lo afferma esplicitamente quando scrive che «whenever we think, we have present to the consciousness some feeling, image, conception, or other representation, which serves as a sign» (“ogni volta che pensiamo abbiamo presente alla coscienza qualche sentimento, immagine, concezione o altra rappresentazione che funge da segno”, traduzione nostra). Di conseguenza, non esiste pensiero senza mediazione segnica: «we have no power of thinking without signs».
In questa prospettiva, una teoria della cognizione non può essere separata da una semiotica fenomenologica che si occupa di «everything that is present to the mind», cioè di tutto ciò che appare alla mente. Il progetto peirceano è dunque estremamente ambizioso: comprendere il pensiero significa comprendere la struttura dei segni attraverso cui il pensiero si realizza.
Quando Eco riprende questa intuizione, introduce però un elemento critico. A suo avviso, l’idea peirceana di segno è troppo ampia e rischia di restare legata al senso comune. Per questo motivo, propone di sostituire la centralità del segno con quella del sistema semiotico. Il problema non è più individuare singoli segni, ma comprendere l’organizzazione sistemica che rende possibile la produzione e l’interpretazione dei processi di significazione.
Questa riformulazione ha conseguenze teoriche rilevanti.
In primo luogo, colloca la cognizione sotto l’egida dell’idea di sistema. Il riferimento non è casuale: molte correnti contemporanee delle scienze cognitive — in particolare l’enattivismo — assumono proprio il concetto di sistema come punto di partenza. Autori come Maturana e Varela, o più recentemente Gallagher, concepiscono la cognizione come il risultato di dinamiche sistemiche tra organismo e ambiente. In questo senso, la prospettiva echiana risulta sorprendentemente convergente con sviluppi teorici che appartengono a un contesto disciplinare differente.
In secondo luogo, l’idea di sistema rimanda alla trasformazione che ha attraversato la linguistica nel Novecento. La linguistica strutturale ha posto al centro proprio la nozione di sistema, inteso come rete di relazioni tra elementi. Collocare la cognizione all’interno di un sistema semiotico significa quindi allineare la riflessione sui segni con quella tradizione che ha ridefinito il linguaggio come struttura relazionale.
Per Paolucci, il gesto teorico di Eco tenta una sintesi tra due grandi tradizioni semiotiche. Da un lato la semiotica pragmatista di Peirce, che identifica il pensiero con il processo segnico; dall’altro lato la tradizione strutturale, che interpreta il linguaggio e la significazione come sistemi organizzati. La stessa ambizione di sintesi attraversa un libro come Kant e l’ornitorinco, dove Eco mette in relazione la tradizione pragmatista e quella strutturalista nel tentativo di chiarire la natura dei processi cognitivi.
È a partire da questa convergenza che emerge la domanda decisiva: che cosa significa parlare di sistema semiotico?
La questione non è terminologica. Ridefinire la semiotica in termini sistemici significa spostare il fuoco dell’analisi dai singoli segni alle condizioni strutturali che rendono possibile la significazione. Non è il segno isolato a costituire il punto di partenza della teoria, ma l’insieme di relazioni che rende possibile il funzionamento dei processi segnici.
Questo passaggio ha anche un valore epistemologico più ampio. Se la cognizione è inseparabile dai sistemi semiotici, allora comprendere la mente implica comprendere le strutture di significazione che organizzano l’esperienza. La teoria dei segni non appare più come una disciplina periferica rispetto alla filosofia della mente o alle scienze cognitive, ma come uno dei suoi presupposti.
La riflessione di Paolucci si colloca precisamente in questo spazio teorico. Riprendendo la lezione di Peirce e di Eco, la semiotica cognitiva non viene concepita come un settore specialistico, ma come un tentativo di chiarire come i sistemi di significazione partecipino alla costruzione della conoscenza.
In questa prospettiva, il passaggio dal segno al sistema non è soltanto una scelta metodologica: è il punto di snodo che consente di mettere in relazione la tradizione semiotica con il dibattito contemporaneo sulla cognizione.
Riferimento bibliografico: Claudio Paolucci, Cognitive Semiotics. Integrating Signs, Minds, Meaning and Cognition, Springer, Cham, 2021.
