La differenza epistemologica tra semiotica e scienze cognitive riguarda anche gli strumenti attraverso i quali i due paradigmi costruiscono i propri oggetti di conoscenza. Da una parte, la necessità di descrivere conduce verso la molteplicità delle narrazioni e delle pratiche; dall’altra, la necessità di spiegare richiede la riduzione della complessità attraverso tassonomie, modellizzazioni e sperimentazioni empiriche.
Per Falzone e Pennisi, il motore euristico della semiotica è costituito proprio dalle narrazioni, considerate «dal punto di vista del narratore, da quello dei narrati, e del contesto storico-ambientale-sociale». La descrizione semiotica deve quindi confrontarsi con una pluralità potenzialmente inesauribile di configurazioni e prospettive.
Queste narrazioni operano prevalentemente su scale temporali relativamente brevi: giorni, mesi, anni. Anche quando l’analisi oltrepassa tali limiti, tende a circoscrivere fatti, segni, eventi e microstorie. Il confronto avviene all’interno di ambiti culturali determinati, seguendo quelli che Falzone e Pennisi definiscono «tracciati culturali» e la «trama fitta di atomi segnici». L’attenzione si concentra così sulle pratiche, sulle relazioni tra agenti e sulle diverse configurazioni attraverso cui il senso si manifesta storicamente e socialmente.
Il paradigma cognitivista procede in una direzione differente. Se descrivere implica confrontarsi con la proliferazione delle configurazioni possibili, spiegare comporta invece, secondo gli autori, «la riduzione di ogni complessità». Le scienze cognitive organizzano tassonomie e classificazioni sulla base di categorie quantitative misurate su larga scala. Il loro orizzonte temporale non può quindi limitarsi né alla cronaca né alla storia.
Discipline come le neuroscienze e l’etologia richiedono infatti di estendere l’analisi a ciò che Giambattista Vico chiamava «le sterminate antichità». Nell’impostazione contemporanea richiamata da Falzone e Pennisi, queste profondità temporali sono quelle dell’eredità darwiniana, delle ere evolutive e delle lente trasformazioni delle strutture genetiche, anatomiche e morfologiche. È su questa scala che devono essere considerati anche i mutamenti cognitivi, sociali e culturali.
La differenza riguarda dunque non soltanto gli strumenti, ma anche le dimensioni temporali entro cui i fenomeni acquistano intelligibilità. La semiotica circoscrive fatti, segni, eventi e microstorie all’interno di specifici tracciati culturali; il paradigma cognitivista cerca invece regolarità collocate nella profondità della storia evolutiva e modellate dalla selezione naturale e dallo sviluppo delle forme, richiamato nel testo attraverso l’Evo-Devo.
Da questa impostazione deriva anche un diverso criterio di validazione. Nelle scienze cognitive, «modellizzazioni e sperimentazioni empiriche costituiscono i tornelli del processo metodologico cognitivista». Le narrazioni non sono accettate come strumenti esplicativi: sono i modelli formalizzati a dover essere sottoposti a sperimentazioni metodologicamente e quantitativamente rigorose. Le teorie vengono continuamente messe alla prova e confutate.
La distanza metodologica può essere quindi ricondotta a due movimenti differenti. La semiotica segue la proliferazione delle pratiche e delle narrazioni nella loro specificità storico-culturale; le scienze cognitive riducono la complessità attraverso classificazioni, modelli e verifiche empiriche, collocando i fenomeni entro scale temporali evolutive molto più ampie.
In questa contrapposizione, tuttavia, Falzone e Pennisi individuano due configurazioni epistemologiche che il successivo sviluppo delle scienze cognitive contribuirà a modificare. Il passaggio dal computazionalismo alla cognizione incarnata renderà infatti meno rigidi alcuni dei confini metodologici che sembrano separare i due paradigmi.
Riferimento bibliografico:
Alessandra Falzone, Antonino Pennisi, Scienze cognitive e Semiotica: epistemologie e prospettive a confronto, in «Aesthetica Preprint», n. 128, gennaio-aprile 2025.