Una creazione orale non diventa folclore nel momento in cui un individuo la pronuncia per la prima volta. Il passaggio fondamentale avviene quando una comunità l’accoglie, la fa propria e la riconosce come parte del proprio patrimonio. Prima di questa appropriazione può esistere un’iniziativa personale, ma non ancora un fatto folclorico.
Per comprendere questa distinzione occorre partire dal rapporto tra lingua individuale e sistema linguistico. La tesi neogrammaticale secondo cui la lingua individuale sarebbe la sola lingua reale viene superata dalla distinzione formulata da Ferdinand de Saussure tra parole e langue. La parole corrisponde all’atto linguistico individuale; la langueè invece «un insieme di convenzioni accettate da una data comunità per assicurare la comprensione della parole».
Il singolo parlante può introdurre modificazioni personali, ma queste rimangono deroghe individuali finché la comunità linguistica non le accoglie. Soltanto dopo essere state sanzionate e riconosciute come valide per tutti diventano fatti della langue. Da ciò deriva la differenza tra un’innovazione linguistica e un errore individuale, un lapsus prodotto dal capriccio, dalle passioni o dalle inclinazioni estetiche del parlante.
La genesi individuale di una forma non basta dunque a determinarne la natura sociale. Anche quando una modificazione nasce dalla generalizzazione di un errore o di una deformazione personale, si può parlare della sua «nascita» linguistica soltanto «a partire dal momento in cui si pone come un fatto sociale, quando cioè la comunità linguistica se l’è appropriata».
Dalla lingua al folclore
Lo stesso principio vale per la tradizione orale. Un tema non nasce come fatto folclorico nel momento in cui viene concepito o formulato da qualcuno. La sua esistenza comincia con l’accoglimento collettivo:
«La vita di un tema folclorico in quanto tale incomincia solo dal momento in cui è stato accolto da una data comunità e di esso esiste solo quanto questa comunità ha fatto proprio».
Si può supporre che un membro della comunità canti qualcosa di sua invenzione. Se gli altri membri non accolgono quella creazione e non la inseriscono nel proprio repertorio, l’opera orale è destinata a scomparire. Potrebbe sopravvivere soltanto grazie all’attenzione casuale di un raccoglitore, ma in questo caso verrebbe trasferita dalla poesia orale alla letteratura scritta.
L’iniziativa individuale non è negata. Ciò che viene messo in discussione è la possibilità di identificare quella prima iniziativa con l’opera folclorica. Tra un’espressione personale e un fatto della tradizione esiste la stessa distanza che separa una deformazione linguistica individuale da una modificazione della norma.
Il processo riguarda anche le singole componenti di un’opera. La comunità può respingere alcuni motivi, alcune peculiarità formali o determinati procedimenti compositivi. In tal caso l’ambiente adatta l’opera a se stesso, mentre ciò che viene lasciato cadere cessa di esistere come fatto di folclore. Nel repertorio si conservano soltanto le forme funzionali per quella comunità; quando una forma cessa di esserlo, muore.
La censura preventiva della comunità
Bogatyrëv e Jakobson definiscono questo principio «censura preventiva della comunità». La parola preventiva indica che la sanzione collettiva non interviene semplicemente dopo la formazione dell’opera: costituisce il presupposto della sua stessa esistenza folclorica.
Nell’analisi di un fatto di folclore, quindi, non sono determinanti i momenti anteriori alla sua nascita sociale, ciò che gli autori chiamano il «concepimento» o la «vita embrionale». Il problema riguarda il momento in cui la creazione viene accolta come fatto folclorico e il suo destino all’interno della comunità.
La censura non è separabile dall’opera. Se una forma non corrisponde alle esigenze dell’ambiente, non entra stabilmente nella tradizione; se una sua parte non viene accolta, quella parte scompare. L’opera folclorica presuppone perciò «un gruppo sociale che l’accolga e la sanzioni».
Questo principio mette in discussione l’idea che poesia orale e letteratura siano entrambe, nello stesso senso, prodotti della creazione individuale. Tale assimilazione dipende dall’abitudine a considerare la scrittura come la forma normale della creazione. Nel caso dell’opera letteraria, la nascita viene fatta coincidere con il momento in cui l’autore la fissa sulla carta. Applicando lo stesso modello alla poesia orale, si tende a collocarne l’origine nella prima recitazione individuale. Ma un’opera recitata una sola volta non è ancora, per questo, folclore.
Creazione collettiva e anonimia
Il carattere collettivo non coincide neppure con la semplice perdita del nome dell’autore. L’anonimia indica soltanto che non si conosce chi abbia composto per primo un canto o formulato un racconto; non spiega il processo attraverso il quale quel canto o quel racconto sono diventati parte della tradizione.
La tesi della creazione esclusivamente individuale viene espressa con particolare chiarezza da Vsevolod Miller: «Da chi sono stati inventati? Dalla creazione collettiva della massa? Ma anche questo è un luogo comune perché l’esperienza umana non conosce creazioni siffatte». Questa obiezione assume come modello le consuetudini proprie della cultura scritta e le proietta sul folclore.
La creazione collettiva non richiede invece che numerosi individui concepiscano simultaneamente la medesima opera. Richiede che un’espressione, quale che sia la sua origine, venga ricevuta, selezionata e sanzionata dalla comunità. Anche un rito può contenere in nuce un’espressione individuale; senza il riconoscimento comunitario, tuttavia, non può esistere come rito.
Per Bogatyrëv e Jakobson, la collettività non sostituisce quindi l’individuo nel momento materiale dell’invenzione. Essa determina quali forme possano acquisire un’esistenza folclorica. La prima formulazione appartiene ancora alla storia anteriore dell’opera; la sua nascita effettiva coincide con l’ingresso nel sistema della tradizione.
Il folclore comincia dove la creazione individuale diventa un fatto sociale. La comunità non si limita a conservare ciò che riceve: attraverso la propria sanzione stabilisce che cosa può vivere, quali forme devono essere adattate e quali elementi sono destinati a scomparire.
Fonte bibliografica: Pëtr Bogatyrëv, Roman Jakobson, «Il folclore come forma di creazione autonoma»
Die Folclore als eine besondere Form des Schaffens (1929).