Secondo Francesco Marsciani, il riferimento a Claude Lévi-Strauss attraversa tutta l’opera di Jean-Marie Floch. Talvolta compare esplicitamente nelle citazioni, altre volte rimane sullo sfondo come modello teorico costante, ma la sua presenza orienta in profondità il modo in cui Floch concepisce la ricerca semiotica.
Un primo segnale di questa vicinanza emerge già nel titolo del suo volume Petites mythologies. Marsciani osserva che il richiamo alle Mythologiques di Lévi-Strauss non è soltanto un omaggio, ma l’indicazione di un progetto scientifico: esplorare i miti della vita quotidiana con lo stesso rigore con cui l’antropologo aveva studiato le grandi costruzioni mitiche delle culture. Le “piccole mitologie” mostrano infatti che non esiste una frattura tra i grandi sistemi simbolici e le pratiche ordinarie, perché entrambi appartengono allo stesso processo di organizzazione del senso.
Marsciani collega questa fase della ricerca flochiana alla scoperta del semi-simbolismo, uno degli strumenti teorici destinati ad avere maggiore fortuna nella semiotica contemporanea. Il semi-simbolismo permette di mettere in relazione categorie differenti e di riconoscere, dietro la varietà delle figure sensibili, una logica strutturale stabile che organizza i contrasti e attribuisce valore alle forme del mondo. In questo modo, «le figure si presentano insieme ai valori di cui sono impregnate».
Marsciani si interroga sul rapporto tra questa elaborazione e la linguistica hjelmsleviana, ma ritiene che il punto decisivo si trovi altrove. Più che nella distinzione fra segni e simboli, l’origine del semi-simbolismo andrebbe ricercata nella grande costruzione teorica delle strutture mitiche elaborata da Lévi-Strauss. È lì che diventa possibile immaginare correlazioni tra categorie e comprendere come il senso si organizzi attraverso sistemi di opposizioni e relazioni.
In questa prospettiva, l’attenzione si sposta dalle singole rappresentazioni ai modi strutturali che le rendono significative. Ciò che interessa non è la semplice apparenza dei segni, ma «il regno della differenza, delle forme oppositive, dei contrasti e degli innesti», vale a dire il livello in cui il senso prende forma prima ancora di manifestarsi nelle configurazioni visibili.
Marsciani interpreta così il semi-simbolismo di Floch non tanto come la soluzione di una disputa teorica, quanto come l’assunzione di un atteggiamento di ricerca. Esso consiste nel riconoscere categorie capaci di organizzare gli universi del sensibile e di descrivere il funzionamento generale delle articolazioni del senso. La convinzione di fondo è che, «al di là o al di sotto dell’apparire», sia sempre all’opera un processo continuo di auto-organizzazione della significazione.
Per Marsciani, questa proposta esercitò una forte attrazione anche perché offriva agli studiosi una posizione teorica stabile dalla quale osservare fenomeni estremamente diversi. Floch non proponeva una semplificazione degli oggetti studiati, che rimangono complessi, ma una semplificazione dello sguardo analitico. Il compito del semiologo consiste infatti nell’assumere con chiarezza le proprie pertinenze descrittive, costruendo un punto di vista capace di restituire la complessità senza rinunciare al rigore metodologico.
Il semi-simbolismo diventa così, nell’interpretazione di Marsciani, uno degli esempi più significativi dell’eredità di Lévi-Strauss raccolta da Floch: una teoria che permette di leggere le forme sensibili come manifestazioni di relazioni strutturali, mantenendo insieme attenzione per la concretezza dei fenomeni e ricerca delle logiche che li organizzano.
Riferimento bibliografico: Francesco Marsciani, “Floch e il suo Lévi-Strauss”, relazione presentata al convegno Bricolage e significazione. Jean-Marie Floch: pratiche descrittive e riflessione teorica, Università degli Studi di Urbino, 21-22 luglio 2007, pubblicata online il 20 maggio 2008.