Che cosa distingue una spiegazione cognitiva da una spiegazione puramente fisica o comportamentale? Per Elmar Holenstein la risposta è che la scienza cognitiva utilizza categorie che appartengono, prima ancora che alla psicologia o all’informatica, alla semiotica. Concetti come rappresentazione, simbolo, codice, programma e informazione sono infatti categorie di natura semiotica, perché descrivono processi di significazione e non semplici fenomeni materiali.
Per chiarire questa prospettiva, Holenstein ricorre a una distinzione tratta dalla filosofia. Così come è possibile distinguere tra filosofia del linguaggio e filosofia linguistica, allo stesso modo occorre distinguere tra scienza della cognizione e scienza cognitiva.
La scienza della cognizione studia fenomeni come percezione, memoria e pensiero, cioè i contenuti della vita cognitiva. La scienza cognitiva, invece, è soprattutto un metodo di spiegazione: interpreta il comportamento intelligente attraverso categorie quali rappresentazione e computazione. Non si limita quindi a descrivere ciò che accade, ma cerca di spiegare come siano possibili le prestazioni intelligenti.
Secondo Holenstein, questa prospettiva ha avuto conseguenze filosofiche profonde. Se le operazioni cognitive possono essere descritte mediante rappresentazioni e programmi, allora le stesse categorie possono essere applicate non soltanto agli esseri umani, ma anche agli animali e persino alle macchine. La nascita dell’intelligenza artificiale rende così concreta un’ipotesi che modifica radicalmente il modo di concepire l’intelligenza.
L’autore osserva che una teoria cognitiva non deve essere soltanto coerente sul piano logico o confermata empiricamente. Essa dovrebbe anche poter essere realizzata operativamente. Un computer programmato secondo quella teoria dovrebbe produrre, a parità di condizioni, risultati analoghi a quelli di un essere umano. In questo senso, la costruzione di una macchina costituisce un banco di prova estremamente rigoroso per le teorie sulle attività cognitive.
Questo criterio ha anche un valore critico. Molti formalismi elaborati nelle scienze umane possono apparire eleganti sul piano teorico, ma la loro effettiva capacità esplicativa emerge solo quando si tenta di trasformarli in procedure operative. Come osserva Holenstein, una macchina costruita secondo un determinato modello “either works, or it does not work”. L’esito del funzionamento diventa così una verifica concreta della validità del modello.
L’esperienza dell’intelligenza artificiale ha però prodotto anche un risultato inatteso. Le macchine riescono a svolgere con grande precisione alcuni compiti, ma mostrano limiti evidenti rispetto all’intelligenza umana. Proprio questi limiti hanno spinto i ricercatori a rivalutare aspetti che i primi modelli cognitivi tendevano a trascurare: immagini mentali, intuizioni, modelli non linguistici e perfino le componenti affettive dell’attività cognitiva.
Secondo Holenstein, la prima stagione della scienza cognitiva aveva infatti ereditato una concezione fortemente razionalistica, secondo cui percezione e intuizione potevano essere ricondotte a calcoli inconsci dello stesso tipo dei ragionamenti espliciti. Lo sviluppo successivo della ricerca ha invece mostrato che molte operazioni cognitive non possono essere comprese soltanto attraverso modelli computazionali.
La conclusione è significativa per la semiotica. Le categorie fondamentali della scienza cognitiva — rappresentazione, simbolo, codice, informazione, programma — sono già categorie semiotiche. La spiegazione dell’intelligenza passa quindi attraverso lo studio dei segni e delle loro modalità di organizzazione. Per questo Holenstein arriva ad affermare che sarebbe altrettanto corretto parlare non soltanto di scienza cognitiva, ma di scienza semiotica, o persino, in senso provocatorio, di scienza ermeneutica.
Riferimento bibliografico: Elmar Holenstein, Semiotics as a Cognitive Science, in Cognitive Semiotics, Issue 3, Fall 2008.