La semiotica si è definita fin dalle sue origini come disciplina dei segni. Tuttavia, come osserva Anna Maria Lorusso, la nozione stessa di segno non è mai stata né semplice né univoca. I dizionari elencano definizioni molto diverse: il segno può essere «un indizio», «un gesto», «un atto o una parola», oppure «un’espressione grafica» capace di rappresentare un’entità. Questa varietà mostra immediatamente quanto il concetto sia ampio: gesti, parole, immagini o comportamenti possono tutti funzionare come segni, pur appartenendo a domini molto diversi.
È segno la parola “Italia”, ma può esserlo anche il disegno dell’Italia su una carta geografica, la bandiera nazionale oppure la maglietta azzurra indossata dalla nazionale durante una partita. Proprio questa eterogeneità ha spinto la riflessione semiotica a riformulare il problema: invece di considerare il segno come un’entità data, la disciplina ha progressivamente concentrato l’attenzione sui processi di significazione. Come chiarisce Lorusso, ciò significa interrogare «le procedure che producono segni» e le relazioni che collegano una certa espressione a un determinato contenuto.
In questa prospettiva il segno non scompare, ma viene ripensato in termini dinamici. Lorusso sottolinea che «il segno diventa una funzione segnica a due facce», la cui relazione non è stabilita una volta per tutte ma viene definita culturalmente e socialmente. Ciò implica che il rapporto tra espressione e contenuto varia a seconda delle epoche, dei contesti e delle pratiche interpretative.
Una delle elaborazioni teoriche più influenti di questa concezione relazionale del segno è quella di Charles Sanders Peirce. Nella prospettiva peirceana il segno è innanzitutto un rinvio: qualcosa che sta al posto di qualcos’altro da un certo punto di vista. Il segno non illumina mai l’oggetto in modo totale, ma ne seleziona soltanto alcuni aspetti pertinenti.
Peirce descrive questa dinamica attraverso una relazione triadica: il segno sta al posto di qualcosa, sotto un certo rispetto, per un pensiero che lo interpreta. La struttura del segno coinvolge dunque tre elementi: l’oggetto, il segno stesso — che Peirce chiama representamen — e l’interpretante, cioè il segno che traduce e interpreta il primo.
Un esempio rende evidente questo funzionamento. Se abbiamo da una parte un animale a strisce e dall’altra la parola “zebra”, il rapporto tra la parola e l’animale non è immediatamente evidente per chi non conosce la lingua. È necessario un interpretante che stabilisca la correlazione tra quella sequenza di lettere e l’animale a cui si riferisce. Solo quando qualcuno comprende che “zebra” sta per quell’animale, la parola funziona realmente come segno.
L’interpretante può assumere forme molto diverse. Può essere una definizione di dizionario, un disegno, un gesto oppure un comportamento. Peirce propone, a questo proposito, un esempio particolarmente efficace: se un generale ordina ai suoi soldati “Dietro-front!” e i soldati cambiano immediatamente direzione, il comportamento dei soldati costituisce l’interpretante dell’ordine. Non si tratta di una reazione meccanica ma del risultato della comprensione di un segno e della sua interpretazione.
Poiché ogni interpretante è a sua volta un segno, esso può generare ulteriori interpretazioni. La semiosi non ha dunque un punto finale definitivo: ogni segno può essere spiegato da altri segni, che a loro volta richiedono nuove interpretazioni. Per questo Peirce concepisce il pensiero come una semiosi illimitata, una produzione continua di segni e di interpretazioni che si sviluppa sulla base di conoscenze già esistenti. Alcune interpretazioni, quando diventano condivise e ricorrenti, si stabilizzano in abitudini interpretative, convenzioni o codici, ma restano sempre potenzialmente aperte a nuove trasformazioni.
Accanto a questa concezione triadica del segno si sviluppa, in ambito linguistico, una prospettiva teorica diversa che prende avvio dal lavoro di Ferdinand de Saussure. Nel Corso di linguistica generale il segno linguistico viene definito come un’entità composta da due facce: significante e significato. Il rapporto che unisce queste due componenti è arbitrario: non esiste una ragione naturale per cui un determinato suono debba essere associato a un determinato contenuto.
Arbitrario non significa soggettivo. La lingua è infatti un fatto sociale: le associazioni tra parole e significati sono condivise all’interno di una comunità linguistica. Ciò che conta non è la relazione naturale tra parola e cosa, ma la posizione che ogni segno occupa all’interno del sistema della lingua. La lingua, osserva Saussure, è un sistema di differenze: ogni segno acquisisce valore solo in rapporto agli altri segni da cui si distingue.
Louis Hjelmslev riprende e sviluppa questi presupposti proponendo una formulazione più generale del segno. Invece di parlare di significante e significato, distingue due piani del linguaggio: il piano dell’espressione e il piano del contenuto. I due piani sono inseparabili e si articolano ulteriormente in forme e sostanze. Le forme organizzano la materia amorfa dell’esperienza, ritagliando e strutturando il continuum del senso.
Come ricorda Anna Maria Lorusso, il linguaggio non si limita dunque a riflettere il mondo ma contribuisce a strutturarlo. Ogni lingua articola la materia dell’esperienza secondo criteri propri, creando suddivisioni diverse. Un esempio riguarda il campo delle relazioni di parentela. Il termine italiano “nipote” può indicare sia il figlio di un fratello sia il figlio di un figlio, indipendentemente dal genere; l’inglese “nephew”, invece, indica specificamente il figlio maschio di un fratello o di una sorella. La differenza non riguarda la realtà delle relazioni familiari ma il modo in cui le lingue organizzano e classificano il continuum dell’esperienza.
A partire da questi presupposti strutturalisti si sviluppa negli anni Sessanta la semiotica contemporanea. Roland Barthes, negli Elementi di semiologia, riprende esplicitamente la lezione di Saussure e mette in evidenza due aspetti destinati ad avere grande influenza: la natura contrattuale del segno e la compresenza di elementi convenzionali e motivati nei sistemi di significazione.
All’interno di questa tradizione si colloca anche il progetto teorico di Algirdas Julien Greimas. Nella Semantica strutturale Greimas si propone di analizzare il piano del contenuto individuandone le unità minime, i semi, analogamente a quanto la fonologia aveva fatto con i fonemi. Il significato di un segno viene così descritto come la combinazione di tratti semantici elementari.
Il semema risulta dalla combinazione di un nucleo semico relativamente stabile e di semi contestuali che possono variare a seconda delle situazioni discorsive. Da questa combinazione derivano molteplici effetti di senso. Il lessema rappresenta invece l’insieme potenziale delle interpretazioni che possono svilupparsi a partire da un nucleo di senso condiviso. Greimas illustra questo funzionamento attraverso l’analisi del lessema “testa”, mostrando come un singolo termine possa aprire una molteplicità di percorsi semantici.
Un ulteriore sviluppo di questa prospettiva è proposto da François Rastier, che sottolinea il ruolo decisivo del contesto nell’attivazione dei tratti semantici. La distinzione tra tratti definitori e tratti accessori, sostiene Rastier, è plausibile solo a livello astratto: nelle situazioni concrete i tratti contestuali possono diventare centrali e contribuire in modo decisivo alla costruzione del senso.
Attraverso questi sviluppi, la semiotica ha progressivamente spostato la propria attenzione dallo studio dei segni isolati allo studio dei processi di significazione e di testualizzazione. Lorusso osserva che la disciplina, mentre si è andata definendo, ha privilegiato sempre più l’analisi delle pratiche di produzione segnica e delle forme della messa in discorso.
In questa direzione si colloca anche la riflessione di Umberto Eco nel Trattato di semiotica generale. Eco analizza le modalità di produzione dei segni e mostra come l’identità di un segno dipenda non soltanto dai codici che lo organizzano ma anche dalle pratiche materiali attraverso cui viene prodotto e utilizzato. Il segno non appare più come semplice manifestazione di un codice, ma come il risultato di una complessa interazione tra qualità materiali dell’espressione, competenze dei soggetti e finalità comunicative.
Il segno emerge così come il punto di convergenza di relazioni interpretative, sistemiche e produttive. Più che un oggetto stabile, esso appare come il risultato di processi culturali e sociali che organizzano e trasformano continuamente il senso.
Riferimento bibliografico: Anna Maria Lorusso (a cura di), Semiotica, Raffaello Cortina Editore, 2005.
