La semiotica di Peirce attribuisce al segno una portata che oltrepassa l’ambito del linguaggio umano. La capacità di creare e percepire segni, di codificarli e decodificarli, non è considerata una proprietà esclusivamente umana: è una capacità immanente agli organismi viventi e, secondo alcuni interpreti di Peirce richiamati da Martin Švantner, può essere estesa all’intero universo. Questa generalizzazione dipende anche dal particolare significato che assume il concetto di mind, la mente, all’interno della teoria peirciana.
La mente non costituisce infatti una sorta di costante antropologica. Švantner la definisce piuttosto come una «abstract semiotic machine», una macchina semiotica astratta. È soprattutto in questa accezione formale che Peirce utilizza il concetto, anche nel quadro della sua critica al nominalismo. Il rapporto tra pensiero e organismo viene così rovesciato rispetto a una concezione che identifica il soggetto con la propria volontà e con il controllo esercitato sul corpo. Peirce scrive: «It is hard for man to understand this, because he persists in identifying himself with his will, his power over the animal organism, with brute force. Now the organism is only an instrument of thought» (CP 5.315). Vale a dire: «È difficile per l’uomo comprendere questo, perché persiste nell’identificare se stesso con la propria volontà, con il proprio potere sull’organismo animale, con la forza bruta. Ora, l’organismo è soltanto uno strumento del pensiero» (traduzione nostra).
In questa prospettiva assume particolare importanza anche la formula peirciana secondo cui l’uomo è un segno. Il problema della semiosi non viene dunque circoscritto all’attività di un soggetto umano che utilizza segni per rappresentare qualcosa, ma riguarda più generalmente le relazioni attraverso le quali il segno può esistere e funzionare.
Švantner riconduce questa impostazione anche a una tradizione più antica, individuandone un precedente nella scolastica. A differenza delle concezioni razionalistiche che trattano il segno semplicemente come un oggetto mentale, Peirce considera infatti il segno come una fusione tra un atto della mente e un essere indipendente dalla mente: una fusione tra ens rationis ed ens reale. Alcuni tipi di segni risultano quindi necessariamente legati alla “realtà”, anche se l’autore avverte che la definizione rigorosa di ciò che Peirce intende per realtà costituisce di per sé un problema complesso.
La posta in gioco è particolarmente evidente nel rapporto tra segnicità e conoscenza scientifica. Švantner ne propone una formulazione volutamente schematica: se non esistessero segni generati dai loro oggetti reali, la scienza non potrebbe funzionare; ma la scienza, almeno strumentalmente, funziona. I segni utilizzati nei processi conoscitivi rinviano dunque a un mondo indipendente dalla mente.
Questo rapporto può assumere forme differenti. I segni possono condividere alcune qualità con i loro oggetti: è il caso dei segni iconici. Possono essere connessi agli oggetti attraverso qualche forma di causalità: è il caso dei segni indicali. Oppure possono funzionare come argomenti, leggi, consuetudini o espressioni linguistiche: in questo caso si tratta di simboli. La distinzione fra icona, indice e simbolo viene così inserita da Švantner all’interno di una questione più generale: il rapporto del segno con una realtà che non dipende semplicemente dalla mente che la interpreta.
La natura relazionale del segno emerge ancora più chiaramente quando viene considerata la struttura della semiosi. Il segno mette in relazione un oggetto con una determinazione prodotta nella mente dell’interprete, che Peirce chiama interpretant. Il segno svolge quindi una funzione di mediazione tra l’oggetto e la mente. Non si tratta però di una struttura immobile. Švantner contrappone alle semiotiche “stazionarie” una concezione peirciana che definisce “genetica”: ciò che deve essere analizzato è la genesi e il funzionamento triadico dei segni, vale a dire la loro semiosi.
Proprio per questo la relazione tra segno, oggetto e interpretante non può essere isolata dalle fondamenta ontologiche della semiotica peirciana. Il segno non è soltanto qualcosa che sostituisce qualcos’altro nella mente di qualcuno, ma un particolare tipo di essere relazionale. La semiotica deve quindi descrivere le condizioni e le relazioni attraverso le quali oggetti, segni e interpretanti entrano nel processo della semiosi.
È questa concezione relazionale a rendere insufficiente una rappresentazione puramente schematica del segno. Per Švantner, la semiotica peirciana richiede di considerare insieme mente e realtà, senza ridurre il segno né a un oggetto esclusivamente mentale né a un semplice veicolo materiale. La relazione segnica si costituisce invece nella mediazione fra ciò che appartiene all’ordine del pensiero e ciò che possiede un’esistenza indipendente dalla mente.
Riferimento bibliografico:
Martin Švantner, Struggle of a Description: Peirce and His Late Semiotics, in Human Affairs, 24, 2014, pp. 204–214.