Le pratiche religiose che vengono comunemente ricondotte al misticismo e all’ascesi non si distinguono soltanto per il loro contenuto spirituale o per la loro funzione etica. Una differenza significativa riguarda il piano dell’espressione attraverso cui queste esperienze vengono manifestate e rese significative. In questa prospettiva, Francesco Galofaro propone di ripensare la relazione tra misticismo e ascesi a partire da una distinzione propriamente semiotica.
L’ascesi si esprime innanzitutto nel corpo. Digiuno, veglia, solitudine, mortificazione e disciplina costituiscono pratiche corporee che producono direttamente il senso dell’esperienza ascetica. Il corpo diventa il supporto dell’espressione e non richiede necessariamente una mediazione discorsiva: l’asceta non ha bisogno di descrivere la fame o la stanchezza perché queste esperienze sono già inscritte nel piano dell’espressione corporeo.
Il caso del misticismo è diverso. L’esperienza mistica tende a stabilire una relazione tra vissuti sensibili – dolore, consolazione, paura, estasi – e valori spirituali. Questa relazione non è immediatamente data, ma deve essere costruita attraverso la scrittura. Per questa ragione la tradizione mistica produce una vasta letteratura fatta di lettere, diari, autobiografie spirituali e testimonianze. Attraverso questi testi l’esperienza corporea viene collegata a significati religiosi e interpretata come segno di una relazione con il divino.
Secondo Galofaro, questa differenza implica, come anticipato, una diversa configurazione semiotica. L’ascesi non ha bisogno di descrivere la propria esperienza perché il piano dell’espressione coincide con il corpo stesso. Il misticismo, invece, deve costruire il proprio piano dell’espressione attraverso il linguaggio scritto. Proprio per questo i testi mistici sono spesso caratterizzati da lunghi tentativi di descrivere l’indescrivibile, cioè l’unione con Dio.
Max Weber aveva osservato che la conoscenza mistica diventa tanto più incomunicabile quanto più è propriamente mistica. Galofaro osserva tuttavia che questa posizione si fonda su una figura retorica. Se l’esperienza mistica fosse davvero incomunicabile, resterebbe un fatto puramente privato. La stessa esistenza di una tradizione letteraria mistica dimostra invece che tale esperienza viene costantemente tradotta in forme discorsive.
La scrittura mistica diventa quindi un luogo privilegiato per osservare la produzione di senso. Attraverso il testo il mistico collega esperienze corporee e valori spirituali, trasformando il dolore, la paura o la debolezza in segni di una prova divina o di una grazia. In questo processo il linguaggio non si limita a registrare l’esperienza: contribuisce a costruirne il significato.
Questa prospettiva apre la strada all’analisi semiotica dei testi mistici. Galofaro suggerisce che tali scritture possano essere studiate come dispositivi in cui si produce una relazione tra due piani: da un lato le esperienze sensibili del corpo, dall’altro le figure e i valori della tradizione religiosa. La scrittura diventa così un laboratorio in cui il soggetto rielabora la propria esperienza e la inserisce in un orizzonte spirituale.
È proprio a partire da questa ipotesi che l’analisi può concentrarsi su due casi particolari: le lettere di Padre Pio e i diari di guerra di Ludwig Wittgenstein. In entrambi i casi la scrittura mistica appare come un lavoro semiotico attraverso cui l’esperienza del dolore, della paura e dell’angoscia viene interpretata come parte di un percorso spirituale.
Riferimento bibliografico: Galofaro, Francesco. “Mystics at war: Padre Pio and Ludwig Wittgenstein.” Semiotica, vol. 2025, n. 265, 2025, pp. 137–160. https://doi.org/10.1515/sem-2025-0091
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