La semiosi umana è il risultato di una sintesi fra natura e cultura. Stefano Gensini definisce la prima come ciò che dipende dal patrimonio genetico, iscritto nel DNA; la seconda come ciò che viene appreso dopo la nascita attraverso l’inserimento in una società e in un ambiente.
Se la riflessione filosofica ha tradizionalmente posto l’accento sulla dimensione culturale del linguaggio, la componente naturale è stata riconosciuta con maggiore difficoltà. Ragioni religiose e filosofiche, legate al timore di ridurre la posizione privilegiata dell’uomo rispetto agli animali, hanno a lungo ostacolato una concezione continuista. Oggi, tuttavia, grazie al convergere di ricerche in neuroscienze, psicologia, antropologia e linguistica, si riconosce ampiamente che la semiosi dipende da presupposti naturali connessi al funzionamento del corpo: cervello, mani, apparato di fonazione, muscoli del volto.
In questa prospettiva si è affermata una concezione neodarwiniana secondo cui la semiosi, emersa come risultato dell’evoluzione, avrebbe costituito un dispositivo particolarmente efficace ai fini della selezione naturale. La specie capace di utilizzare simboli avrebbe acquisito un vantaggio selettivo decisivo, imponendosi non solo sugli animali cognitivamente inferiori ma anche su altre specie ominidi concorrenti.
Gli esseri umani ereditano geneticamente la capacità di associare qualcosa di percepibile come “significante” a qualcosa di immateriale come “significato”; apprendono invece, tramite l’educazione e l’inserimento sociale, i sistemi concreti di segni che riempiono questa potenzialità. Tale capacità è stata chiamata da Saussure “facoltà di linguaggio”, da Ernst Cassirer capacità “simbolica” fondamentale; si può anche parlare, più in generale, di “facoltà semiotica”.
Si tratta di una potenzialità associativa dotata di correlati neurali precisi, che si realizza in abilità percettive (riconoscere segnali acustici o visivi) e sensomotorie (produrre suoni, gesti, immagini). I “codici” – lingue, linguaggi gestuali e altri sistemi – costituiscono invece la componente culturale del processo.
Un bambino normodotato nasce con capacità semiotiche identiche a quelle di ogni altro bambino; quale lingua apprenderà dipenderà esclusivamente dall’ambiente sociale. Etnia e razza non hanno alcuna rilevanza. Insieme alla lingua, il bambino acquisisce schemi prosodici, regole d’uso, comportamenti non verbali, espressioni del volto e gesti che completano la comunicazione.
Un bambino sordo, inserito in una comunità di segnanti, apprenderà con la stessa facilità una lingua segnata, sistema complesso di gesti regolato da norme di formazione ed esecuzione.
Gensini propone una metafora informatica: la natura fornisce un “sistema operativo” capace di supportare programmi semiotici differenti. A differenza dei sistemi artificiali, tuttavia, questa potenzialità è “a tempo”: se l’esposizione a un codice non avviene entro i primi anni di vita, la capacità di apprendimento si spegne quasi completamente. I casi dei cosiddetti “ragazzi selvaggi” e di bambini cresciuti in isolamento testimoniano che senza inserimento sociale non si sviluppa una competenza linguistica piena.
La facoltà di linguaggio è dunque parte del nostro patrimonio genetico, ma non è un dato originario e immutabile: è il risultato di un lunghissimo processo evolutivo che ha progressivamente riorganizzato strutture cerebrali e corporee rendendo possibile la semiosi.
Riferimento bibliografico: Stefano Gensini, Elementi di semiotica, Carocci editore S.p.A., Roma.
