Uno dei tre approcci fondamentali alla definizione di significato è quello della semantica referenziale, o vero-funzionale, che si sviluppa all’interno della tradizione filosofica analitica. Questa prospettiva prende forma nel contesto della filosofia del linguaggio anglosassone del Novecento e si caratterizza per un orientamento fortemente logico e argomentativo.
Come ricorda Stefano Traini, tale tradizione comprende un ampio insieme di autori e correnti che, a partire da Frege, attraversano la filosofia logica ed empiristica di Bolzano, Lotze e Brentano, passando per la scuola di Leopoli-Varsavia e il neopositivismo, fino ad arrivare al pragmatismo americano. In questo quadro si collocano figure come Russell, Moore e Wittgenstein a Cambridge, Ryle e Austin a Oxford, insieme a filosofi come Strawson, Grice, Searle, Quine, Davidson, Goodman, Kripke e Putnam.
Ciò che accomuna queste prospettive è anzitutto uno stile filosofico rigoroso, fondato su definizioni precise, argomentazioni esplicite e analisi concettuali, spesso accompagnate dall’uso di controesempi e dall’attenzione ai risultati delle scienze naturali e della matematica. In questo contesto il linguaggio assume un ruolo centrale nella ricerca filosofica.
Dal punto di vista della teoria del significato, Patrizia Violi individua due tratti caratteristici di questa tradizione: l’antipsicologismo e il referenzialismo. La semantica filosofica non si interessa a ciò che accade nella mente dei parlanti durante la comunicazione, ma considera il significato come un’entità astratta, priva di consistenza psicologica. Allo stesso tempo pone al centro del proprio progetto il rapporto tra linguaggio e mondo. In questa prospettiva, infatti, “il significato diviene la capacità dei singoli termini di riferirsi a entità extralinguistiche e quella degli enunciati di asserire determinati stati di cose, che potranno risultare veri o falsi, cioè essere dotati di un determinato valore di verità.” (Violi).
La nozione di verità diventa quindi il perno dell’analisi semantica. Come ricorda Traini, Ludwig Wittgenstein nel Tractatus sosteneva che comprendere un enunciato significa comprenderne le condizioni di verità, cioè le circostanze in cui esso risulta vero o falso. Comprendere una proposizione non implica sapere se essa sia effettivamente vera, ma sapere che cosa accadrebbe se lo fosse.
Questa prospettiva conduce a una concezione del significato strettamente legata alla relazione tra linguaggio e stati di cose nel mondo. Il valore semantico di un enunciato dipende dalle condizioni in cui esso può risultare vero, mentre il significato delle espressioni che lo compongono è determinato dal contributo che esse forniscono alla definizione di tali condizioni.
Riferimento bibliografico: Stefano Traini, Le due vie della semiotica. Teorie strutturali e interpretative, Milano, Bompiani, 2006.
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