La parola segno sembra semplice e familiare, ma proprio questa apparente evidenza nasconde una difficoltà teorica decisiva. Nunzio La Fauci richiama l’attenzione su un dato linguistico elementare: il termine segno, come il francese signe, è una parola fortemente polisemica. La polisemia – il fatto che una parola possieda più significati – non è un difetto né un’anomalia, ma la condizione ordinaria del lessico. La maggior parte delle parole vive infatti di questa molteplicità semantica.
È importante distinguere la polisemia dall’omonimia. Nel caso dell’omonimia si tratta di parole diverse che, per accidente storico, finiscono per avere la stessa forma fonica o grafica. È il caso di sale come sostanza chimica e salecome forma del verbo salire, oppure di riso ‘cereale’ e riso ‘atto del ridere’. Qui non esiste alcuna relazione semantica tra i due usi: l’identità della forma è un puro accidente.
La polisemia segue invece una logica diversa. Essa nasce da una proliferazione semantica che spesso può essere ricondotta a percorsi figurativi o metaforici. Parole diverse nel loro uso restano comunque riconducibili a una stessa famiglia di significati. L’esempio di capo è emblematico: capo può significare ‘testa’, ‘persona che comanda’, oppure ‘promontorio’. Nonostante la differenza degli usi, è possibile riconoscere una ratio che collega questi significati e ne rende comprensibile l’evoluzione.
Il termine segno si comporta esattamente nello stesso modo. Nel linguaggio ordinario esso può indicare un gesto, un indizio, una traccia materiale. Si può parlare di un segno fatto con la mano, di un segno che annuncia la pioggia, oppure di un segno lasciato su una superficie. La varietà di questi impieghi mostra quanto sia ampia la sfera semantica della parola.
Non sorprende allora che, lungo la storia del pensiero, filosofi ed ermeneuti abbiano cercato di ridurre questa molteplicità a una definizione generale. Il tentativo più noto consiste nella formula secondo cui il segno sarebbe “qualcosa che sta per qualcos’altro”. La tradizione medievale l’ha espressa nella celebre formula latina aliquid stat pro aliquo, che affonda le proprie radici nel pensiero antico.
Questa definizione ha conosciuto una fortuna straordinaria. Nunzio La Fauci ricorda che essa comparve ancora, quasi identica, nel discorso con cui Roman Jakobson aprì un congresso internazionale di semiotica tenutosi a Milano nella seconda metà del Novecento. In quell’occasione Umberto Eco era tra i partecipanti. La definizione medievale del segno veniva così riproposta come formula generale per la nuova disciplina semiotica.
Proprio a questo punto emerge però la distanza tra tale tradizione e il progetto teorico di Ferdinand de Saussure. A Saussure la parola signe non interessava tanto come termine filosofico quanto come problema linguistico. Da linguista egli era perfettamente consapevole della sua polisemia e vedeva in essa un potenziale fattore di confusione.
Il suo obiettivo non era dunque quello di fornire una nuova definizione filosofica del segno, ma piuttosto di costruire una terminologia capace di descrivere con precisione un fenomeno linguistico. In altre parole, Saussure non cercava una parola, ma un termine.
La differenza non è secondaria. Una parola appartiene al lessico ordinario e può essere inevitabilmente polisemica; un termine, invece, fa parte di una terminologia scientifica e deve aspirare alla massima univocità possibile. In questo senso la distinzione tra parole e termini riguarda non soltanto la scienza, ma ogni attività tecnica. Chi lavora la pietra usa il termine gradina con un significato preciso; allo stesso modo un marinaio usa termini specifici per designare strumenti o manovre.
La linguistica non fa eccezione. Anche in questo campo la precisione terminologica è una condizione fondamentale del lavoro scientifico. La ricerca di Saussure si colloca precisamente in questo orizzonte: individuare un lessico teorico che permetta di descrivere con rigore il funzionamento della lingua.
La nascita della semiologia, evocata nel Cours de linguistique générale, si presenta dunque come un progetto ancora da costruire. Saussure parla esplicitamente di una disciplina che non esiste ancora e che dovrà occuparsi della “vita dei segni nel quadro della vita sociale”. In questo contesto la linguistica appare come una parte di un campo di studi più ampio, il cui oggetto comune è proprio il segno.
Ma prima ancora di definire questo campo, occorre chiarire quale sia l’oggetto specifico della linguistica. È qui che la riflessione saussuriana introduce un elemento importante: il problema non consiste nel classificare i segni secondo le loro diverse manifestazioni, né nel fornire una definizione generale del segno. Il vero compito della linguistica è comprendere il principio che rende possibile l’esistenza stessa delle identità linguistiche.
Questo principio non va cercato nella parola segno in quanto tale. La ricerca saussuriana si orienta piuttosto verso il meccanismo che rende possibile il funzionamento dei segni nella lingua. È da questa prospettiva che prenderà forma una delle intuizioni più note della linguistica moderna: la scoperta della relazione che unisce ciò che significa e ciò che è significato.
Fonte: Nunzio La Fauci, Fare segno, «Prometeo», n. 173, marzo 2026.
