Se si mette a confronto antropologia e semiotica, ciò che appare come questione dirimente è l’osservazione. Non semplicemente l’interpretazione o la scrittura etnografica, ma il momento stesso in cui si costituiscono i dati come dati.
Vi è stato un tempo in cui l’antropologia ha guardato alle scienze del linguaggio come a un modello di razionalità capace di affinare i propri strumenti descrittivi. L’incontro tra strutturalismo e studi etno-antropologici – dal saussurismo a Lévi-Strauss – aveva già mostrato la fecondità di questa convergenza. In epoca post-strutturalista, la domanda si riformula soprattutto attorno al tema dell’interpretazione.
Marsciani richiama l’antropologia interpretativa di Geertz, centrata sull’idea di “interpretare interpretazioni”. L’agire degli attori osservati è già un agire interpretato e interpretabile; ciò che l’antropologo scrive è una rielaborazione di elementi già significanti. La scrittura etnografica diventa così “discorsi su discorsi, nuovi testi su testi dati”. L’operazione della scrittura non è neutra: è il luogo in cui si gioca la relazione tra le categorie interpretative dei nativi e quelle dello scienziato.
Questa consapevolezza ha prodotto una richiesta nei confronti della semiotica: affinare il controllo delle procedure di traduzione e di scrittura. Come tradurre le interpretazioni dei nativi nelle proprie categorie? Come trasformare appunti e osservazioni in un testo scientificamente controllato?
Tuttavia, secondo Marsciani, dietro questa domanda se ne nasconde una più radicale, spesso non tematizzata con sufficiente chiarezza: il problema dell’osservazione stessa. Non solo come si traduce, ma come si costituisce ciò che viene osservato.
L’etnografo – figura qui evocata in forma di ideal-tipo – tende a raccogliere dati in un’ottica di esaustività: quaderni pieni di appunti, registrazioni, fotografie, interviste. Si presuppone una sovrapposizione tra la natura oggettiva dei dati e la loro lettura successiva. Ma questa impostazione nasconde un presupposto oggettivistico: l’idea che vi sia qualcosa di già dato, dotato di esistenza indipendente dallo sguardo.
Per Francesco Marsciani “osservare è costruire, istituire e costituire”. L’osservazione non è un momento secondario; è il momento decisivo del costituirsi dell’oggetto osservato. Non si osserva qualcosa di già dato, poiché una tale cosa “semplicemente non esiste”. Senza prospettiva, senza relazione con uno sguardo che vi si orienta, non vi è oggetto legittimo.
Qui si situa il terreno proprio dell’etnosemiotica. Se l’antropologia ha tematizzato la scrittura come discorso su discorsi, l’etnosemiotica è chiamata a interrogare il momento precedente: la definizione delle categorie che rendono possibile l’emergere dei dati. Le selezioni, le rilevanze, le dominanze che delimitano una situazione da studiare non sono neutre: sono il risultato di una decisione implicita.
L’osservazione diventa così una procedura di pertinentizzazione. Non è uno sguardo trasparente e neutro; è una decisione che seleziona valori e li impone a una realtà vissuta, trasformandola in oggetto semiotico. Ciò che viene osservato è già il risultato di una domanda di senso.
L’etnosemiotica non si limita dunque a fornire strumenti di analisi per testi etnografici già prodotti. Essa interviene nel momento in cui si decide che cosa conta come dato, che cosa appare come oggetto, quali categorie rendono possibile la sua costituzione.
Il dialogo con l’antropologia non si riduce a una richiesta di servizio metodologico. Esso porta alla luce una questione epistemica radicale: la natura stessa dell’oggetto, e il carattere costitutivo dell’osservazione.
Riferimento bibliografico: Francesco Marsciani, «Etnosemiotica : bozza di un manifesto», Actes Sémiotiques, n° 123, 2020.
