Nel dibattito epistemologico del secondo Novecento, la nozione di paradigma diventa decisiva per comprendere il funzionamento della ricerca scientifica. Dopo The Structure of Scientific Revolutions (1962), Thomas Kuhn introduce il termine per indicare un modello condiviso di convinzioni, valori e tecniche che orienta una comunità di ricercatori. Come ricordano Alessandra Falzone e Antonino Pennisi, ogni procedimento tassonomico dipende dalle scelte paradigmatiche che precedono il metodo stesso: i dati e le classificazioni rispondono alle domande che un gruppo di ricerca pone a monte dell’attività scientifica .
Il confronto tra semiotica e scienze cognitive si colloca esattamente su questo terreno. I due paradigmi appaiono, a prima vista, “apparentemente divisivi”, ma la loro opposizione va compresa innanzitutto come differenza di impostazione epistemologica .
L’epistemologia della semiotica si concentra sulla conoscenza mediata dai sistemi di segni e simboli, interrogando la costruzione dei significati e i processi mentali implicati nella decodifica dei segni. In questa prospettiva, ciò che viene indagato è il “mondo sensato”, ossia quell’insieme di testi, discorsi, pratiche interpretative e fenomeni comunicativi che costituiscono lo spazio sociale del senso. Riprendendo il programma del Trattato di semiotica generale di Umberto Eco, il campo semiotico coincide con il “mondo sensato (e dunque sempre sociale anche quando è naturale) in cui viviamo” .
La scienza cognitiva si colloca in una posizione speculare. Qui il “mondo sensato” riguarda la specie, non l’individuo in quanto agente storico-culturale. L’oggetto di analisi è il confine genetico-strutturale tra classi di conspecifici, da cui derivano differenze cognitive e mentali. Si tratta di un approccio universalistico che costruisce tassonomie fondate su specifiche anatomo-morfologiche e su paradigmi sensoriali differenziati. In questo quadro, la ricerca mira alla normatività e si avvale di dispositivi causalistici e deterministici per spiegare i fenomeni cognitivi .
La differenza si può sintetizzare in un’opposizione metodologica: descrivere e spiegare. La semiotica non intende stabilire norme né individuare relazioni di causa-effetto; il suo obiettivo primario è descrivere il significato. Le scienze cognitive, al contrario, assumono come compito fondamentale la spiegazione dei processi, fino a “conoscere a fondo la struttura interna dell’organismo e i modi in cui elabora le informazioni e organizza i suoi comportamenti” .
Falzone e Pennisi mostrano che questa divergenza non è soltanto metodologica, ma riguarda la concezione stessa dell’oggetto di conoscenza. Se per la semiotica il senso è sempre inscritto in una trama storico-culturale che conserva la sua contingenza, per le scienze cognitive il senso emerge da strutture specie-specifiche, modellizzabili e generalizzabili.
Eppure, il confronto non si esaurisce in una contrapposizione. L’analisi delle fasi epistemologiche della scienza cognitiva – dal computazionalismo alla prospettiva incarnata – lascia intravedere una possibile convergenza. L’idea di una cognizione “vincolata dal corpo in interazione con l’ambiente” apre infatti a un terreno comune, in cui natura e cultura non appaiono più come domini separati .
In questo senso, il confronto tra semiotica e scienze cognitive non riguarda semplicemente due metodi diversi, ma due modi di articolare il rapporto tra conoscenza, corpo e mondo. Ed è proprio su questa soglia che può emergere una prospettiva transdisciplinare capace di integrare studi umanistico-sociali e studi scientifico-naturali.
Riferimento bibliografico: Alessandra Falzone, Antonino Pennisi, Scienze cognitive e Semiotica: epistemologie e prospettive a confronto, in “Aesthetica Preprint”, n. 128, gennaio-aprile 2025.
