Il modello delle co-illocutions proposto da Sophie Anquetil prende forma all’incrocio tra due prospettive teoriche che, pur distinte, mostrano legami profondi: la pragmatica integrata e la semiotica narrativa. L’autrice insiste sull’utilità di un dialogo tra queste discipline, sottolineando come il proprio approccio, pur provenendo dalla tradizione pragmatica, sia stato fortemente influenzato dai concetti di “fare narrativo”, “trasformazione” e “modalità” propri della semiotica greimassiana.
Come ha osservato Denis Vernant, l’incontro tra pragmatica e semiotica può rivelarsi un “esercizio pericoloso”, perché le due discipline attribuiscono significati diversi agli stessi termini. Per esempio, Greimas opponeva la pragmatica al cognitivo, mentre per Moeschler esiste una pragmatica “cognitiva”, legata all’eredità di Grice. Tuttavia, i legami genealogici sono evidenti: la pragmatica, fin dalla sua origine, si è configurata come una branca della semiotica.
Peirce aveva già stabilito un nesso tra pensiero, abitudini d’azione e segni. Ogni funzione del pensiero — scriveva — consiste nel produrre abitudini d’azione, e tutto ciò che non contribuisce a questo fine resta accessorio. Anche Morris, nel 1937, attribuiva alla pragmatica il compito di studiare la relazione tra i segni e i loro utilizzatori: la dimensione pragmatica della semiosis riguarda appunto gli effetti dei segni sugli interpreti.
Questa eredità comune non cancella, tuttavia, le differenze. La pragmatica ha come oggetto l’atto di linguaggio e l’interazione in cui si inserisce, mentre la semiotica greimassiana si occupa del racconto e della testualità, concepita come una struttura chiusa. È in questo senso che Greimas afferma: «Hors du texte point de salut. Tout le texte, rien que le texte et rien hors du texte».
Anquetil sottolinea che queste differenze di oggetto producono differenze di metodo. La pragmatica integrata, nella scia di Ducrot e Anscombre, si concentra sulle istruzioni argomentative implicite nei nuclei lessicali e sui percorsi discorsivi attivabili. La semiotica, invece, parte dall’analisi delle strutture elementari del significato e risale fino alle strutture narrative e actanziali che le articolano.
Nonostante ciò, le due tradizioni condividono un paradigma comune, che può essere definito relazionale e azionale. Per Greimas, il soggetto esiste solo in quanto in relazione con un oggetto. Allo stesso modo, la pragmatica studia le relazioni interlocutive, come ha mostrato Jacques. Inoltre, entrambe le discipline attribuiscono all’atto linguistico una funzione trasformativa: la performatività si inscrive nel paradigma dell’azione.
Nel quadro greimassiano, l’atto viene definito come «ciò che fa essere», cioè come una struttura ipotattica che riunisce competenza e performance. Non è la competenza a seguire la performance, ma il contrario. L’atto, in questo senso, è un fare-essere, un dispositivo che genera uno stato o un cambiamento di stato.
Il fare semiotico non è un’azione reale, ma un fare linguistico, transcodificato in un messaggio. Qualunque sia il linguaggio utilizzato, esso implica un destinatore e un destinatario. È un’operazione che presuppone un soggetto e, in quanto messaggio, stabilisce un asse di trasmissione tra attanti. In questo senso, il fare è sempre una pratica relazionale.
Il dialogo tra pragmatica e semiotica, pur complesso, consente dunque di pensare in modo articolato la natura trasformativa del linguaggio. L’atto di parola non è solo un comando o una richiesta, ma una sequenza integrata in una dinamica narrativa che organizza ruoli, modalità e aspettative.
Fonte: Sophie Anquetil, “Penser les actes illocutoires du point de vue de la sémiotique narrative. Comment se construit la force illocutoire ?”, Actes Sémiotiques, n°132, 2025.
