All’inizio del Novecento, nel contesto di una diffusa ondata mistica poi repressa dal Sant’Uffizio, la figura di Padre Pio assume un profilo diverso da quello più tardo del confessore, del direttore spirituale, del fondatore di opere. Francesco Galofaro invita a considerare il giovane frate come un “apprendista mistico”, impegnato in un lavoro di formazione che passa attraverso il corpo e il linguaggio.
Nelle lettere scritte tra il 1910 e il 1912, Padre Pio esplora quella che Galofaro chiama una “mistica del corpo”: misteriosi disturbi di salute lo costringono ad allontanarsi dal convento, mentre egli cerca di comprendere il senso spirituale dei propri stati fisici. Dolore, desiderio, piacere diventano fenomeni da interpretare. In una lettera del 6 luglio 1910 confessa: «La penna è impotente a descrivere ciò che passa nell’anima mia in questi momenti di nascondimento di Gesù. L’incertezza di aver o no discacciate le tentazioni, più che mai l’insidiatore maligno le fa sentire nell’accostarmi alla santissima comunione».
Qui il desiderio fisico viene assunto come sintomo di una tentazione, mentre il “nascondimento” di Gesù diventa la chiave interpretativa di quella condizione. Galofaro accosta questo procedimento alla semiosi medica: come la febbre può manifestare diverse malattie a seconda della sindrome in cui è inserita, così un numero limitato di stati corporei può manifestare una pluralità di significati spirituali. Lettera dopo lettera, si costituiscono “piccoli sistemi del contenuto mistico”, nei quali, per esempio, l’addolcirsi delle sofferenze è interpretato come effetto di Gesù che parla al cuore.
A un certo punto interviene un elemento tipico della letteratura mistica: l’associazione alla passione. Padre Pio scrive: «sento in me un bisogno, cioè di offrirmi al Signore vittima per i poveri peccatori e per le anime purganti. Questo desiderio è andato crescendo sempre più nel mio cuore tanto che ora è divenuto, sarei per dire, una forte passione». Il dolore assume così un senso nuovo: non è più soltanto un’esperienza subita, ma diventa offerta per la salvezza altrui.
Galofaro insiste però su di un punto importante: il discorso mistico non coincide con una teodicea. Padre Pio non cerca una giustificazione universalmente valida del dolore; l’interpretazione resta sul piano della scelta individuale. La stretta associazione tra dolore e conoscenza, tipica della tradizione cristiana, orienta il suo apprendistato spirituale, anche nel confronto con il modello di san Francesco, che soffrì di patologie analoghe.
Per descrivere il procedimento linguistico del giovane frate, Galofaro propone il termine catalisi. Se l’analisi separa un composto nei suoi elementi o risale agli elementi del codice, la catalisi compie l’operazione inversa: associa stati d’animo e significati spirituali, producendo segni a partire da elementi dati. Il dolore, la tentazione, il piacere costituiscono il piano manifestante; i contenuti spirituali, rintracciati come presupposti, formano il piano manifestato.
In questa prospettiva è richiamata anche la teoria della produzione segnica di Umberto Eco: le lettere ai direttori spirituali diventano il luogo in cui si articolano le unità del contenuto spirituale e si elaborano asserti semiotici su dolore e tentazione. Tuttavia, il mistico non controlla il piano dell’espressione: i fenomeni corporei sono subiti come sintomi del divino. Il suo lavoro riguarda la creazione di un codice che associ corpo e parola spirituale, non la produzione dei fenomeni stessi.
Da qui deriva una possibile spiegazione dell’“annientamento della soggettività”. L’esperienza mistica è caratterizzata dalla subitaneità, come già notava Dionigi Aeropagita, e il mistico, nel connettere significati spirituali ai sintomi, non opera sul riferimento al mondo ma sulla relazione tra emittente e destinatario. Egli sperimenta “la forza che i segni divini esercitano sul suo corpo”, quasi fosse un bersaglio passivo. L’auto-annientamento non è quindi soltanto un fine, ma un effetto di senso prodotto dal lavoro semiotico stesso: una delle possibili forme di soggettività generate da quel codice che unisce corpo e santità.
Riferimento bibliografico: Francesco Galofaro, «Padre Pio apprendista mistico», in Jenny Ponzo, Francesco Galofaro (a cura di), Semiotica e santità. Prospettive interdisciplinari, NeMoSanctI – Studies in Religion and Semiotics.
