L’analisi delle modalità narrative conduce inevitabilmente a interrogarsi sul problema dell’antropomorfismo. Quando la semiotica descrive una trasformazione attraverso categorie modali come volere, dovere, potere, sapere o credere, sembra infatti ricorrere a schemi interpretativi profondamente legati all’esperienza umana. Francesco Marsciani richiama esplicitamente questo problema nel momento in cui discute la funzione delle modalità nella comprensione del senso di un evento.
La qualificazione modale di una trasformazione introduce sempre immagini interpretative che rinviano a situazioni riconoscibili nella vita sociale. Il volere richiama il desiderio, il dovere le convenzioni o le norme, il potere la capacità o la forza, il sapere l’informazione, il credere la fede o la fiducia. Marsciani osserva che queste immagini costituiscono la base di un’economia interpretativa con cui siamo abituati a comprendere gli eventi.
Il problema diventa evidente quando si tenta di applicare queste categorie a trasformazioni che non appartengono direttamente alla sfera dell’azione umana. L’esempio della pioggia è particolarmente significativo. Dire che una pioggia è “attesa”, “temuta” o “promessa” significa attribuire all’evento meteorologico una qualificazione modale che dipende dal sistema di valori di chi interpreta la situazione. Una pioggia attesa dopo una lunga siccità si distingue da una pioggia temuta per il semplice fatto che le due configurazioni si collocano in posizioni assiologiche opposte: in un caso il valore è positivo, nell’altro negativo.
Questa osservazione porta Marsciani a interrogarsi sul punto in cui il processo di astrazione e formalizzazione delle categorie modali si arresta. Le modalità devono essere intese come strutture formali della grammatica narrativa oppure come categorie già cariche di contenuti semantici riconoscibili? In altri termini: la semantica implicata nelle organizzazioni sintattiche della narratività è una semantica astratta, oppure è inevitabilmente legata a figure e temi che emergono sulla scena discorsiva?
La questione riguarda direttamente il rapporto tra teoria e descrizione empirica. La formalizzazione semiotica non può consistere in uno svuotamento completo dei contenuti: non esistono forme pure prive di significazione. Tuttavia, secondo Marsciani, è necessario liberare quanto più possibile il gioco delle funzioni formali dagli agganci con le immagini sedimentate nell’uso. Solo in questo modo diventa possibile rileggere le configurazioni discorsive a partire da categorie non pre-costituite.
La distinzione tra pioggia attesa e pioggia temuta offre un esempio semplice ma efficace di questa dinamica. Le due configurazioni sono entrambe interpretabili come posizioni modali del volere: nel primo caso si tratta di un volere-che, nel secondo di un volere-che-non. La loro differenza non dipende dalla natura dell’evento, ma dal fatto che l’evento viene inserito in una logica narrativa che attribuisce valori contrari alle due eventualità.
In questa prospettiva, ogni trasformazione qualificata prende posto entro un orizzonte di valori che rende possibile la sua interpretazione. Non si comprende il senso di un evento se non attraverso il sistema assiologico che lo rende intelligibile. È proprio questa dimensione che consente alla semiotica di passare dalla descrizione di un fatto alla comprensione della sua sensatezza.
Marsciani sottolinea che il rischio maggiore consiste nel confondere le condizioni formali della narratività con le configurazioni discorsive più abituali. La semiotica non dovrebbe limitarsi a descrivere ciò che viene normalmente narrato, ma dovrebbe cercare di individuare le condizioni che rendono possibile qualunque narrazione. La differenza tra queste due prospettive non è soltanto metodologica: riguarda il modo stesso di concepire il lavoro teorico.
Se la riflessione semiotica si concentra esclusivamente sulle configurazioni empiriche più frequenti, rischia infatti di trascurare il problema delle condizioni formali della significazione. Marsciani invita invece a tornare su queste condizioni, anche a costo di muoversi in un territorio teorico incerto. Solo in questo modo diventa possibile descrivere non soltanto le narrazioni abituali, ma anche quelle configurazioni narrative che appaiono inusuali o addirittura aberranti.
Il problema delle modalità e dell’antropomorfismo rivela quindi una tensione fondamentale della teoria semiotica. Da un lato, le categorie narrative sembrano inevitabilmente legate all’esperienza umana; dall’altro, la formalizzazione teorica cerca di liberarle dalle immagini discorsive che ne accompagnano l’uso. In questa tensione si gioca una parte importante della ricerca semiotica sulle strutture profonde della significazione.
Riferimento bibliografico: Francesco Marsciani, Postfazione. La destinazione attanziale, in Giuditta Bassano, Verso. Strutture semiotiche della destinazione.
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