Gli approcci radicali o distribuiti al linguaggio mettono in discussione alcuni presupposti centrali della linguistica saussuriana. Uno dei nodi teorici più rilevanti riguarda la separazione netta tra linguaggio e pratica, che in Ferdinand de Saussure trova una formulazione esemplare nell’analogia tra lingua e gioco degli scacchi. Su questo punto, Gahrn-Andersen insiste nel mostrare come tale analogia, lungi dal chiarire la specificità del linguaggio, introduca una distinzione problematica.
Saussure riconosce alcune somiglianze strutturali tra lingua e scacchi: entrambe funzionano sincronicamente, presentano tratti interni ed esterni e consentono di astrarre il sistema dalle sue manifestazioni concrete. Tuttavia, egli insiste sul fatto che si tratti di fenomeni “diversi in natura”. Il punto decisivo della distinzione riguarda il tipo di mentalità coinvolta: mentre nel gioco degli scacchi il giocatore intende produrre uno spostamento e quindi esercitare un’azione sul sistema, nel linguaggio non vi è alcuna premeditazione, poiché i mutamenti avverrebbero in modo spontaneo e fortuito. Saussure arriva a sostenere che, per rendere il gioco degli scacchi simile al funzionamento della lingua, bisognerebbe immaginare un giocatore inconscio o non intelligente.
Come osserva Gahrn-Andersen, questa distinzione poggia sulla celebre opposizione saussuriana tra fatti interni ed esterni. Nel caso degli scacchi, cambiare il materiale dei pezzi non incide sul sistema, mentre modificare il numero dei pezzi altera la “grammatica” del gioco. Tuttavia, proprio questa distinzione solleva una difficoltà teorica: non è evidente che consenta davvero di sostenere una differenza ontologica tra linguaggio e pratica. Se, come osserva Saussure stesso, il passaggio degli scacchi dalla Persia all’Europa è un fatto esterno, allora anche il semplice giocare secondo regole condivise sembra appartenere a un livello esterno che non modifica la pratica in quanto tale.
Il problema emerge soprattutto quando Saussure afferma che il giocatore di scacchi esercita un’azione sul sistema. Come rileva Gahrn-Andersen, questa affermazione resta ambigua: riguarda il singolo svolgimento di una partita o la pratica degli scacchi in generale? Nel primo caso, ogni mossa modifica lo stato contingente del gioco, ma non il sistema degli scacchi; nel secondo, le trasformazioni storiche della pratica appaiono, come nel linguaggio, largamente spontanee e non pianificate.
Da qui la difficoltà di mantenere una separazione netta tra attività linguistica e attività pratica. Secondo Gahrn-Andersen, anche il giocare a scacchi, quando è svolto in modo esperto, può avvenire in forma pre-riflessiva, senza deliberazione cosciente sui principi del sistema, analogamente a quanto accade nel linguaggio ordinario. La distinzione saussuriana tra linguaggio e pratica risulta quindi meno solida di quanto inizialmente presupposto.
Fonte: Rasmus Gahrn-Andersen, Rethinking linguistic foundations: languaging in the praxis of living, Chinese Semiotic Studies, 2025.
