Nella cultura contemporanea la memoria sembra affidarsi sempre più alle immagini. Fotografie di famiglia, archivi digitali e raccolte iconiche costituiscono oggi uno dei principali dispositivi attraverso cui il passato viene conservato e trasmesso. Questo fenomeno non è soltanto tecnologico o sociologico: riguarda il modo stesso in cui una società organizza i propri sistemi di segni e il rapporto tra visuale e narrativo.
Ugo Volli invita a interrogare questo processo a partire da un’opposizione fondamentale: quella tra immagini e narrazioni. Il progetto di digitalizzare fotografie familiari per favorire la costruzione di racconti intergenerazionali presuppone infatti che l’immagine sia più immediata e più accessibile della storia. Le fotografie sembrano offrire un punto di partenza privilegiato per attivare il racconto della memoria, come se l’immagine possedesse una capacità autonoma di evocare il passato.
Questa centralità dell’immagine riflette un orientamento che Volli definisce implicitamente iconodulo. Nella nostra cultura ciò che appare più affidabile e più convincente è l’immagine fotografica, percepita come testimonianza diretta di un evento, dell’aspetto di una persona o della presenza di un luogo. Nonostante sia ormai evidente che ogni fotografia implica scelte di inquadratura, selezione e trattamento, permane l’idea che essa costituisca una documentazione particolarmente “vera”. Volli osserva infatti che «l’idea che le fotografie siano le migliori e forse le sole vere documentazioni di un evento, dell’aspetto di una persona o di un luogo, che siano per definizione “vere”, non ne è stata affatto intaccata».
Il rapporto tra immagini e storie appare così profondamente modificato. Nella tradizione culturale occidentale le narrazioni precedevano spesso le immagini e ne costituivano la matrice: grandi testi come la Bibbia o i poemi omerici hanno generato per secoli una ricchissima produzione iconografica. Nella comunicazione contemporanea il rapporto tende invece a invertirsi. Le storie funzionano spesso come sviluppi o ampliamenti delle immagini: le spiegano, le commentano, ne articolano il significato.
In questo quadro diventa meno evidente anche la funzione di “ancoraggio” che Roland Barthes attribuiva al testo linguistico nei confronti dell’immagine. Nella comunicazione visiva contemporanea le fotografie circolano spesso in modo autonomo e vengono accompagnate al massimo da brevi didascalie referenziali. Il racconto non precede più l’immagine, ma si costruisce a partire da essa.
Tuttavia la memoria non si esaurisce nella dimensione visiva. Accanto alle immagini esiste un segno altrettanto fondamentale per l’identità personale: la voce. Volli richiama una riflessione di Roland Barthes che mette in luce il valore semiotico della voce nella relazione interpersonale. Barthes osserva:
«Il movimento del corpo è anzitutto quello da cui può prendere origine la voce. La voce sta al silenzio come la scrittura alla carta bianca. L’ascolto della voce inaugura la relazione con l’altro: la voce, per mezzo della quale si riconoscono gli altri […] indica il loro modo di essere, la loro gioia o il loro dolore, il loro stato; essa trasmette un’immagine del loro corpo e, al di là di questa, tutta una psicologia» (Barthes 1985).
La voce costituisce dunque un segno che mette direttamente in gioco la presenza corporea dell’individuo. Attraverso le sue modulazioni essa trasmette non soltanto contenuti linguistici ma anche tratti dell’identità, della disposizione emotiva e della relazione con l’interlocutore.
Eppure la memoria culturale conserva molto più facilmente le immagini che le voci. Quasi tutti possiedono fotografie dei propri familiari scomparsi, mentre molto più raramente conservano registrazioni della loro voce. Volli osserva che manca perfino una denominazione culturale specifica per questo tipo di conservazione: il termine “registrazione” resta generico e non designa un vero e proprio dispositivo simbolico paragonabile all’album fotografico.
Questa asimmetria mostra che la memoria contemporanea privilegia il visuale rispetto ad altre dimensioni del segno. Le immagini diventano così il punto di accesso privilegiato alla ricostruzione narrativa del passato, mentre la voce — pur essendo uno dei segni più intensamente legati all’individualità — tende a essere trascurata.
Il rapporto tra immagini, narrazione e voce mette dunque in luce una questione propriamente semiotica: la memoria non è semplicemente un deposito di dati, ma un sistema di segni attraverso cui una comunità organizza e interpreta il proprio passato. Comprendere il ruolo di questi diversi dispositivi significa interrogare il modo in cui la cultura contemporanea costruisce la propria relazione con l’esperienza e con il tempo.
Riferimento bibliografico: Ugo Volli, Memoria, storia, immagini, enciclopedia, in Segni del tempo, pp. 31–42, febbraio 2026.
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