La verità non si presenta mai come un dato immediato e neutro, ma prende forma all’interno di pratiche discorsive specifiche. Essa non è semplicemente “ciò che è”, bensì ciò che viene detto, mostrato, nascosto o fatto emergere attraverso operazioni differenti. In questa prospettiva, come osserva Lancioni, la semiotica consente di analizzare la verità “in opera”, cioè nel modo in cui essa si realizza concretamente nei discorsi e nelle pratiche.
Una prima distinzione fondamentale riguarda le modalità attraverso cui la verità viene costruita. Seguendo una linea che attraversa anche le riflessioni di Derrida, è possibile distinguere tra una verità intesa come adeguamento e una verità intesa come svelamento. Nel primo caso, la verità emerge dal confronto tra rappresentazioni e realtà, o tra rappresentazioni diverse; nel secondo, essa si configura come ciò che si nasconde sotto la superficie del discorso e che deve essere portato alla luce.
Queste due modalità non definiscono soltanto due concetti astratti, ma corrispondono a pratiche discorsive precise. La verità come adeguamento si realizza attraverso operazioni di constatazione e verifica: si tratta di stabilire se un enunciato corrisponde a uno stato di cose, se è coerente con altri enunciati, se può essere confermato. È il regime che guida molte pratiche sociali, come il fact checking, e che presuppone una realtà accessibile e confrontabile.
Diversamente, la verità come svelamento non si fonda sulla verifica, ma sulla scoperta di ciò che è nascosto. In questo caso, il discorso non si limita a rappresentare un evento, ma funziona come una maschera dietro cui si cela una verità “altra”, accessibile solo a chi è in grado di interpretarne i segni. La verità non si constata, ma si disvela, e il suo statuto dipende dalla capacità di riconoscere indizi, tracce, segnali.
All’interno di queste due grandi modalità, si articolano pratiche discorsive più specifiche. Lancioni individua, tra le altre, la constatazione, la confessione e la prova, che rappresentano tre forme fondamentali di produzione della verità.
La constatazione è la pratica più vicina al modello dell’adeguamento. Essa implica la descrizione di fatti e la loro verifica, e si basa sull’idea che la verità possa essere stabilita attraverso il confronto tra enunciati e stati di cose. In questo regime, ciò che conta è la correttezza della rappresentazione: chi ha fatto cosa, in quali condizioni, con quali esiti.
La confessione introduce invece una dimensione diversa. Qui la verità non riguarda soltanto i fatti, ma ciò che è stato nascosto, taciuto o rimosso. Confessare significa far emergere qualcosa che era già noto al soggetto ma non detto, portare alla luce una verità che riguarda l’interiorità, il desiderio, l’intenzione. La verità si lega così a un atto di enunciazione che implica responsabilità e trasformazione del rapporto con l’altro.
Ancora più complessa è la pratica della prova. In questo caso, la verità non è data né dalla verifica né dalla dichiarazione, ma deve essere fatta emergere attraverso una messa alla prova del soggetto o dell’altro. La prova può essere di tipo pragmatico, quando si osservano comportamenti e risultati, oppure di tipo discorsivo, come nell’inchiesta o nel dialogo. In entrambi i casi, ciò che conta non è tanto ciò che viene detto esplicitamente, quanto ciò che può essere inferito: indizi, tracce, elementi che rimandano a una verità non immediatamente visibile.
Queste pratiche mostrano che la verità non si esaurisce nell’opposizione tra vero e falso. Come sottolinea Lancioni, essa si articola piuttosto in un sistema più complesso che comprende anche il segreto e la menzogna, il sapere e il credere. La verità può essere detta, nascosta, cercata, rivelata, e ciascuna di queste modalità implica operazioni semiotiche differenti.
Un aspetto decisivo riguarda inoltre la distinzione tra menzogna ed errore. Non tutto ciò che è falso è menzogna: il falso può derivare anche da ignoranza, mentre la menzogna implica un’intenzione specifica. Come insiste Lancioni, riprendendo Derrida, mentire significa sapere di dire il falso e voler produrre un effetto sull’altro, ottenere un vantaggio o arrecare un danno.
Da un punto di vista semiotico, questa distinzione implica che la menzogna non appartiene tanto all’enunciato quanto all’atto di enunciazione. Non è la rappresentazione in sé a essere menzognera, ma la strategia con cui essa viene proposta. Costruire una scena verosimile e mentire sono operazioni distinte: la prima riguarda la competenza nel produrre un discorso credibile, la seconda riguarda la volontà di ingannare.
Questa articolazione permette di comprendere come la verità si costruisca sempre all’interno di un’interazione. Non esiste una verità indipendente dalle condizioni in cui viene prodotta: essa dipende dalla domanda a cui risponde, dalle forme discorsive attraverso cui viene espressa, dalle relazioni tra i soggetti coinvolti. In questo senso, Lancioni propone una concezione dialogica della verità: non assoluta, ma nemmeno relativista, bensì legata alle pratiche e alle situazioni in cui prende forma.
La verità appare così come un oggetto di valore che si definisce all’interno di percorsi narrativi e tematici differenti. Essa può essere oggetto di ricerca, di occultamento, di rivelazione; può essere messa alla prova o costruita discorsivamente. In ogni caso, non si dà mai al di fuori delle pratiche che la producono.
Riferimento bibliografico: Tarcisio Lancioni, Dietro la maschera. Verità in semiotica, Estudos Semióticos, vol. 18, n. 2, 2022.
