Quando Morfologia della fiaba di Vladimir Propp diventa finalmente accessibile al dibattito occidentale, l’interesse degli studiosi non si limita alla descrizione della struttura della fiaba. La questione teorica che si impone riguarda piuttosto la possibilità di generalizzare quell’intuizione. Come osserva Alessandro Zinna, già dall’inizio l’attenzione degli studiosi si orienta verso il superamento dei limiti del modello proppiano.
La sfida consiste nell’estendere il principio individuato da Propp a ogni forma di narrazione. Se la fiaba può essere descritta attraverso una sequenza di funzioni relativamente stabile, allora diventa legittimo chiedersi se anche altri generi narrativi possano essere analizzati secondo strutture analoghe. In questo senso, l’opera di Propp viene assunta come punto di partenza per un programma teorico più ampio.
Le nascenti teorie narrative degli anni Sessanta si sviluppano proprio all’interno di questa prospettiva. L’obiettivo non è più soltanto quello di descrivere una forma narrativa specifica, ma di elaborare modelli capaci di rendere conto del funzionamento generale del racconto. Il problema centrale diventa quindi l’individuazione di invarianti strutturali che possano attraversare generi diversi, dalla fiaba al mito, fino alle forme narrative della letteratura moderna.
Questo tentativo di generalizzazione comporta anche una trasformazione del quadro teorico. Se nel lavoro di Propp l’analisi si concentra sulla successione delle funzioni all’interno di un corpus relativamente omogeneo, le teorie narrative successive sono costrette a confrontarsi con una varietà molto più ampia di testi. La questione non è più soltanto la sequenza delle azioni, ma il modo in cui queste azioni vengono organizzate e presentate nel racconto.
In questo contesto si affermano progressivamente diversi modelli teorici, ciascuno dei quali prova a sviluppare l’intuizione proppiana in una direzione specifica. Alcuni studiosi si concentrano sulle relazioni tra gli eventi narrati e la loro organizzazione nel discorso; altri tentano di ridefinire le strutture dell’azione narrativa; altri ancora introducono livelli di analisi più astratti.
Secondo Zinna, proprio questo insieme di tentativi definisce il campo delle teorie narrative che si affermano all’inizio degli anni Sessanta. Non si tratta di un unico modello teorico, ma di una costellazione di proposte che condividono una stessa ambizione: trasformare l’intuizione morfologica di Propp in una teoria generale del racconto.
Riferimento bibliografico: Alessandro Zinna, Teorie narrative e Stilistica, Semio-News, Anno III, Numero 9/10, Aprile–Settembre 1993.
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