La distinzione aristotelica tra poiesis e praxis suggerisce che solo la prima sia orientata all’opera. Jean-François Bordron mette in discussione questa evidenza mostrando che anche la praxis, pur senza produrre necessariamente un’opera compiuta, è guidata dall’idea regolativa di una forma unificante. L’“opera assente” esercita una potenza rassemblante che conferisce grammaticalità all’azione e rende possibile la costituzione di uno stato di cose. Comprendere la praxis significa allora interrogare le condizioni di emergenza di tale unità prima che essa venga organizzata in racconto.
Per comprendere la praxis, occorre sospendere la tentazione di leggerla retrospettivamente come racconto. Jean-François Bordron insiste su questo punto: le azioni non esistono isolate, ma non sono nemmeno originariamente narrative. Il racconto costituisce una forma seconda, che tratta le azioni «come se fossero state compiute in vista di un’opera». In questo modo, il racconto trasforma impercettibilmente la praxis in poiesis.
Le azioni operano trasformazioni su stati di cose: possono produrre un semplice cambiamento di stato oppure un evento; possono concatenarsi in processi; possono infine essere ordinate in una struttura narrativa. Tuttavia, questa ultima configurazione non è formalmente necessaria. È sempre possibile costruire più racconti differenti a partire dalla medesima sequenza di azioni, come mostrano sia le testimonianze sia le diverse concezioni della Storia. Il racconto non coincide con l’azione: la riorganizza secondo vincoli strutturali che non dipendono formalmente dalle azioni stesse.
Per questa ragione, comprendere la praxis significa collocarsi prima della narrazione, nel momento in cui non si sa ancora quale storia sarà stata compiuta. È qui che emerge il problema dello stato di cose.
Bordron propone dapprima una definizione sintattica dello stato di cose. In questa prospettiva, uno stato di cose è «la congiunzione o la disgiunzione tra due attanti». Si può scrivere (S^O) per indicare la congiunzione tra Jean e una bicicletta nell’enunciato “Jean ha una bicicletta”. Ciò che può accadere a uno stato di cose così definito è la trasformazione della congiunzione in disgiunzione, per effetto di un soggetto d’azione: Pierre ruba la bicicletta di Jean, e Jean ne risulta disgiunto.
Questa formulazione presenta un vantaggio evidente: iscrive gli stati di cose negli schemi dell’azione e, in ultima istanza, nel quadro del racconto. Ma proprio qui si manifesta il limite. Come trattare uno stato di cose come “La bicicletta è blu”? In questo caso, la scrittura sintattica è meno immediata, perché ciò che è in gioco non è soltanto una relazione tra attanti, ma la semantica dell’attribuzione: che cosa significa, per una bicicletta, essere blu?
Il problema diventa allora questo: in che senso uno stato di cose è una nozione semantica? Non basta definirlo come un complesso ontologico fatto di una o più entità, di proprietà di diversa natura e di relazioni, in particolare tra parti e totalità. Nel contesto della praxis, l’azione non si limita a trasformare stati di cose già dati: essa contribuisce a creare la loro configurazione interna, la loro formalità e dunque il loro senso.
La questione si sposta così dal piano della trasformazione a quello della costituzione. Non si tratta soltanto di passare da uno stato di cose a un altro, ma di comprendere come uno stato di cose possa costituirsi come tale. Come può un’azione creare la possibilità stessa di uno stato di cose?
Prima del racconto, prima della scena narrativa ordinata da un’opera, si trova dunque questo livello più elementare: la configurazione di un’unità capace di raccogliere entità, proprietà e relazioni in una forma coerente. È qui che Bordron colloca il nodo teorico della sua riflessione: la praxis non è solo trasformazione di stati di cose, ma anche condizione della loro emergenza.
Riferimento bibliografico: Jean-François Bordron, L’œuvre absente. Réflexion sur la pratique et sur ses objets, Actes Sémiotiques, 2009.
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