Patrizia Violi affronta la questione delle pratiche come uno dei nodi centrali della ricerca semiotica contemporanea. L’attenzione per oggetti “più estesi del testo” implica una ridefinizione dei criteri con cui si costruisce l’oggetto d’analisi. In questo quadro, le pratiche non si presentano come entità immediatamente delimitate, ma come configurazioni che richiedono un lavoro di selezione e ritaglio da parte dell’analista.
Violi osserva che, nel caso delle pratiche, “non è solo il senso ad essere oggetto di ricostruzione, ma anche la delimitazione stessa di ciò che consideriamo oggetto”. A differenza del testo-opera, che si offre già come unità circoscritta, la pratica esige un’operazione preliminare di definizione: essa “non si dà all’analisi semiotica che attraverso la mediazione dell’interprete”. Per questo motivo, l’analisi delle pratiche comporta una forma specifica di costruzione dell’oggetto, che Violi definisce come una “enunciazione interpretativa” .
Questa distinzione introduce una differenza decisiva tra l’enunciazione dei testi e l’enunciazione delle pratiche. Nel primo caso, il lavoro dell’analisi riguarda principalmente la ricostruzione del senso; nel secondo, la ricostruzione investe anche i confini dell’oggetto stesso. Violi segnala che proprio questo aspetto rende “problematica l’equiparazione fra enunciazione di testi, ed enunciazione di pratiche e esperienze”, soprattutto quando si tende a stabilire una piena corrispondenza strutturale tra testi, pratiche ed esperienze .
Da qui prende forma la questione dell’“eccedenza delle pratiche”. Violi afferma che “c’è una eccedenza delle pratiche che non mi pare interamente equiparabile ai testi”. Questa eccedenza non va intesa come maggiore ricchezza: al contrario, le pratiche possono risultare “più stereotipate e ripetitive dei testi”. In questo senso, Violi riconosce la validità dell’osservazione secondo cui “la ricchezza e varietà che è presente nei testi letterari, audiovisivi e musicali è sicuramente molto maggiore di quella che si potrebbe osservare nei dati osservati, tramite analisi etnografiche o forme di partecipazione situazionale” .
Tuttavia, questa constatazione non esaurisce il problema. Violi precisa che “non possiamo accontentarci di questa constatazione”, perché “vi è una dimensione del senso che si deposita nelle pratiche che non è tutta e sempre sussumibile nei testi”. In altri termini, “le pratiche eccedono la testualità”. Tale eccedenza non coincide con una quantità maggiore di senso, ma con una modalità diversa di sedimentazione, che non sempre trova un equivalente nei testi che le rappresentano .
La difficoltà teorica che ne deriva riguarda il modo in cui la semiotica può “allargarsi” verso questi oggetti senza perdere la propria specificità. Violi formula esplicitamente il problema nei termini di una doppia esigenza, “sia da un punto di vista metodologico che epistemologico”. Da un lato, “studiare le pratiche per come sono nei testi è una scelta possibile, sensata, forse anche l’unica da praticare per un semiotico”; dall’altro, occorre restare consapevoli di “quello che resta fuori, che in certi casi è molto e interessante” .
In questo spazio di tensione si colloca la riflessione sulle pratiche come oggetti semiotici non riducibili alla sola testualità. L’eccedenza delle pratiche diventa così un banco di prova per interrogare i limiti e le possibilità dell’analisi semiotica, mettendo in gioco il rapporto tra costruzione dell’oggetto, interpretazione e specificità disciplinare.
Fonte: Patrizia Violi, Il corpo, le pratiche, intervento alla Scuola Superiore di Studi Umanistici, Bologna, 29 novembre 2005, pubblicato in rete il 31 dicembre 2005.
