Quando la fisica contemporanea descrive l’universo attraverso modelli matematici di straordinaria complessità, si apre una questione che non è solo tecnica ma propriamente epistemologica: dove si colloca il “reale”? Nel mondo dei fenomeni osservabili o nel piano astratto delle strutture formali che li spiegano?
Roger Penrose, nel riflettere su questo problema, si interroga esplicitamente su What is reality? e confessa il proprio “imbarazzo” di fronte a una situazione paradossale. Da un lato, egli rifiuta l’idea che la realtà fisica sia un mero riflesso di forme matematiche pure; dall’altro, constata una sorprendente corrispondenza tra certe aree della matematica e il modo in cui la realtà fisica si presenta. Il termine che ricorre per designare questa corrispondenza è “mistero”. Non si tratta di una soluzione, ma di un punto di tensione.
Il rischio implicito, osserva Ferraro, è quello di uno slittamento platonico. Se i modelli matematici risultano più stabili, eleganti e coerenti dei dati empirici, si potrebbe essere tentati di attribuire loro uno statuto ontologico superiore. La “realtà ultima” sembrerebbe allora collocarsi in uno spazio astratto, popolato da formule e strutture ideali, mentre il piano dei fatti osservabili verrebbe relegato a livello secondario.
A questa prospettiva la semiotica europea oppone un orientamento diverso. Nei suoi fondamenti saussuriani, essa non attribuisce al modello un primato ontologico, ma lo considera uno strumento di organizzazione dell’esperienza. Qui il riferimento decisivo non è Platone, bensì Kant. La conoscenza non è mai adesione immediata alle cose del mondo, ma risultato di una messa in forma.
I sistemi semiotici, come ci ricorda Ferraro, sono pensati originariamente da Saussure a partire dalla lingua e svolgono il compito di organizzare e categorizzare il nostro pensiero. Ciò che appare come realtà definita e tangibile è già il prodotto di un lavoro di strutturazione. L’esempio dei colori è particolarmente eloquente: la materia percettiva non si presenta come un insieme di unità già distinte; è il lessico a istituire quelle unità attraverso cui “pensiamo — ‘pensiamo’, non ‘percepiamo’ — i colori delle cose”.
Non si tratta di negare l’esistenza di un contenuto empirico. Come nella prospettiva kantiana, la conoscenza presuppone un contatto con gli oggetti del mondo. Tuttavia, i dati esterni non sono conoscibili “in quanto tali”. Ciò che ci appare reale è sempre il risultato di processi di messa in forma che appartengono al soggetto conoscente. Per questo Ferraro può affermare che “Reale” è “reale per noi”: la conoscenza del reale non ha carattere neutro, oggettivo e immediato.
Questo orientamento si lega a una concezione radicalmente relazionale. Le entità che percepiamo come solide e autonome si rivelano, a un’analisi più attenta, effetti di relazioni differenziali. Ferraro richiama qui anche una tradizione filosofica che insiste sull’idea per cui la percezione del reale, apparentemente piena e compatta, nasconde in realtà una trama di rapporti e scarti. Al di sotto della superficie degli oggetti, vi è un gioco relazionale.
È proprio in questo punto che il confronto con la fisica diventa particolarmente significativo. Anche le teorie fisiche più recenti tendono a descrivere la realtà non come insieme di oggetti dotati di consistenza autonoma, ma come sistema di interazioni dinamiche. Le “cose” si dissolvono in campi, oscillazioni, relazioni. In entrambi i casi — fisica e semiotica — ciò che appare come pieno e concreto è l’effetto di una struttura che non è immediatamente visibile.
La differenza, tuttavia, resta decisiva. La semiotica non trasferisce il reale su un piano trascendente di forme ideali. Non vi è un mondo delle idee più vero del mondo sensibile. Il reale coincide con il processo stesso attraverso cui l’esperienza viene organizzata e resa pensabile. Non un altrove ontologico, ma un’operazione.
Il confronto tra Platone e Kant non è dunque un semplice riferimento storico. Esso permette di mettere a fuoco due concezioni radicalmente differenti del reale: da un lato, il reale come forma ideale cui il mondo fenomenico rimanda; dall’altro, il reale come risultato di un’attività categoriale che appartiene al soggetto — e, più precisamente, a una soggettività collettiva.
In questa prospettiva, la semiotica non cerca il “vero” in un livello astratto separato dal mondo, ma nel modo in cui il mondo viene strutturato e significato. Il reale non è ciò che precede la modellizzazione; è ciò che emerge attraverso di essa. Non è un dato da scoprire, ma un effetto di organizzazione.
È qui che il dialogo con la fisica si carica di un valore particolare. Se anche la fisica più avanzata arriva a interrogarsi sulla collocazione della realtà e sulla natura dei suoi modelli, allora la questione non può essere liquidata come puramente filosofica. Essa riguarda il modo stesso in cui costruiamo il mondo come oggetto di conoscenza.
Riferimento bibliografico: Guido Ferraro, Il nostro percorso verso il “reale”: semiotica, fisica e cosmologia, in Lexia. Rivista di semiotica, 47–48, Il senso della realtà, dicembre 2025, pp. 29–42.
