Matematica e filosofia nell’Untersuchung del 1764: il problema del metodo e dei segni
Per comprendere il rapporto tra Kant e il problema del segno, Oscar Meo invita a non limitarsi alla stagione critica, ma a considerare anche la fase precritica. Un testo particolarmente significativo è l’Untersuchung über die Deutlichkeit der Grundsätze der natürlichen Theologie und der Moral del 1764, in cui Kant affronta il problema del metodo della filosofia mettendolo a confronto con quello della matematica.
In questo scritto, Kant distingue con nettezza il procedimento matematico da quello filosofico. La matematica procede in modo genetico-costruttivo: essa costruisce i propri oggetti attraverso definizioni reali e operazioni che ne determinano progressivamente le proprietà. La filosofia, al contrario, non costruisce i propri concetti, ma li analizza; il suo metodo è discorsivo e riflessivo, non produttivo.
Meo sottolinea che in questo contesto emerge già una questione decisiva per una possibile lettura semiotica: il diverso statuto delle rappresentazioni e dei segni nei due ambiti. In matematica, la chiarezza deriva dalla costruzione dell’oggetto; nella filosofia, invece, il concetto è dato in modo meno determinato e richiede un lavoro di chiarificazione linguistica.
Kant osserva che la matematica può fornire definizioni reali, perché l’oggetto viene prodotto attraverso la costruzione. La filosofia, invece, può soltanto offrire definizioni nominali, poiché non genera i propri oggetti ma li pensa. Questa differenza metodologica implica una diversa relazione tra concetti e segni: nella matematica il segno è strettamente legato alla costruzione dell’oggetto; nella filosofia il segno è esposto al rischio dell’equivoco e dell’indeterminatezza.
Meo mette in evidenza che questa distinzione non riguarda soltanto la chiarezza espositiva, ma tocca il modo stesso in cui il pensiero si rapporta alla rappresentazione. Nel procedimento matematico, il simbolo partecipa all’atto costruttivo; in quello filosofico, il linguaggio deve confrontarsi con concetti che non possono essere costruiti intuitivamente. È qui che si apre una differenza strutturale tra i segni matematici e le parole della lingua naturale.
Il confronto con Leibniz e con la tradizione wolffiana è implicito ma decisivo. Kant si distanzia dall’idea di una characteristica universalis capace di garantire un linguaggio perfettamente trasparente. Il modello matematico non può essere trasferito integralmente in filosofia, perché la natura dei concetti filosofici non lo consente.
In questa fase del pensiero kantiano non troviamo ancora la tematizzazione dello schematismo, ma troviamo già il problema del rapporto tra costruzione, concetto e segno. Meo mostra che l’Untersuchung offre un primo terreno su cui osservare la distanza tra il simbolismo matematico e il linguaggio filosofico, distanza che resterà decisiva anche nella filosofia critica.
L’analisi del 1764 non fornisce una teoria del segno, ma chiarisce il diverso statuto dei procedimenti e delle definizioni. In questo senso, la questione semiotica non è ancora esplicitata, ma si lascia intravedere nella riflessione metodologica: il modo in cui un sapere utilizza i segni dipende dal modo in cui costituisce i propri oggetti.
Riferimento bibliografico: Oscar Meo, Un’arte celata nel profondo… Gli aspetti semiotici del pensiero di Kant, il melangolo, Genova, 2004.
