Oscar Meo individua nello schematismo il punto più delicato e, al tempo stesso, più promettente per una lettura semiotica della filosofia kantiana. È qui che si concentra quella difficoltà teorica che ha alimentato il dibattito sul presunto “silenzio” di Kant: non tanto l’assenza di riferimenti al linguaggio, quanto la presenza di un concetto che svolge una funzione mediatrice decisiva senza essere pienamente tematizzato.
Il problema emerge in modo esplicito quando Kant definisce lo schematismo come “un’arte celata nel profondo della mente umana”. Questa formula, ricordata da Meo, segnala un doppio movimento: da un lato riconosce l’indispensabilità dello schema per la conoscenza, dall’altro ne dichiara l’opacità teorica. Lo schema non è né un’immagine empirica né un concetto puro; è una regola operativa che rende possibile l’applicazione delle categorie all’intuizione sensibile.
Meo osserva che proprio questa funzione intermedia rende lo schematismo un punto di passaggio obbligato per chi voglia interrogare Kant dal punto di vista dei segni e della significazione. Lo schema agisce come mediazione, ma non coincide con il linguaggio; struttura la possibilità della rappresentazione senza tradursi direttamente in una teoria dei segni. È qui che si colloca la difficoltà: lo schematismo è centrale, ma resta privo di una elaborazione che ne chiarisca completamente lo statuto.
La riapertura contemporanea del confronto con Kant — favorita, come ricorda Meo, da autori quali Apel, Hogrebe e Schönrich — non nasce da un interesse puramente storico, ma dalla consapevolezza che alcune questioni rimangono irrisolte. Lo schematismo, in particolare, appare come un luogo teorico in cui si intrecciano rappresentazione, regola, applicazione e significato, senza che Kant fornisca una trattazione esaustiva.
Meo chiarisce che il suo obiettivo non è quello di colmare artificialmente questo vuoto, né di attribuire a Kant una semiotica implicita già compiuta. Al contrario, l’indagine mira a individuare i “nodi problematici” del sistema critico, mostrando come la difficoltà dello schematismo non sia un incidente marginale, ma un punto strutturale della filosofia trascendentale.
In questa prospettiva, l’“arte celata” non va intesa come un semplice limite contingente del pensiero kantiano, ma come il segnale di una tensione interna al criticismo. Lo schema è necessario perché consente la connessione tra intelletto e sensibilità; tuttavia, proprio perché svolge questa funzione, resiste a una piena concettualizzazione. È questa resistenza che rende problematico ogni tentativo di tradurre direttamente lo schematismo in termini linguistici o semiotici.
Meo insiste sul fatto che riconoscere questa difficoltà non equivale a svalutare Kant. Al contrario, significa prendere sul serio il carattere non risolto di un problema che attraversa l’intero impianto critico. Lo schematismo diventa così il punto in cui si misura la distanza tra ciò che la filosofia trascendentale rende possibile e ciò che essa riesce effettivamente a tematizzare.
In questo senso, il riferimento all’“arte celata” non chiude la questione, ma la apre. Indica un luogo teorico in cui la filosofia kantiana mostra insieme la propria forza e i propri limiti, offrendo un terreno privilegiato per interrogare il rapporto tra rappresentazione, regola e significazione, senza forzare il testo verso soluzioni che Kant non ha mai esplicitamente formulato.
Riferimento bibliografico: Oscar Meo, Un’arte celata nel profondo… Gli aspetti semiotici del pensiero di Kant, il melangolo, Genova, 2004.
