Nel dibattito sovietico degli anni Cinquanta e Sessanta, lo strutturalismo non si presentò come un blocco unitario, ma come un insieme di pratiche e orientamenti destinati a seguire traiettorie differenti. Pietro Restaneo distingue due sviluppi: la linguistica strutturalista e la semiotica strutturale. Entrambe condividono un lessico e un’impostazione metodologica comuni, ma conoscono fortune istituzionali e politiche profondamente diverse.
La prima fase dello strutturalismo sovietico, compresa tra il 1953 e la metà degli anni Cinquanta, si concentra sull’applicazione dei metodi “esatti” alla linguistica. Influenzata da Saussure e dalla glossematica di Hjelmslev, questa linguistica privilegia la descrizione sincronica e interna della lingua. A differenza del marrismo*, che subordinava il linguaggio alla struttura economica e alla storia, lo strutturalismo propone di analizzare il sistema linguistico come insieme organizzato di elementi interrelati.
Secondo Restaneo, la linguistica strutturale ebbe una relativa facilità di istituzionalizzazione. Le autorità sovietiche ne riconobbero rapidamente l’utilità pratica, in particolare nel campo della traduzione automatica (mašinnij perevod). Negli anni Cinquanta, la competizione tra URSS e Stati Uniti per la costruzione di elaboratori capaci di tradurre testi in lingue diverse rese urgente la formalizzazione della struttura delle lingue naturali. Per progettare un algoritmo di traduzione, era necessario disporre di una descrizione altamente formalizzata di uno stato sincronico della lingua.
L’approccio storico-comparativo tradizionale si rivelava inadeguato a questo scopo, mentre la linguistica strutturale offriva strumenti teorici e metodologici compatibili con le esigenze della formalizzazione. Non è un caso che nei resoconti ufficiali sulla traduzione automatica compaiano i nomi di Ivanov e Revzin, protagonisti dello strutturalismo sovietico, accanto a quello di Kolmogorov. In questo modo, le necessità strategiche dello Stato contribuirono alla legittimazione accademica dello strutturalismo linguistico.
Diversa fu la sorte dello strutturalismo applicato ai fenomeni culturali, letterari e artistici. Quando gli studiosi tentarono di estendere il metodo strutturale oltre le lingue naturali, incontrarono resistenze ben più forti. Qui nasce quella che Restaneo definisce la seconda fase: la semiotica strutturale.
Il passaggio dalla linguistica alla semiotica è segnato simbolicamente dal Simposio per lo studio strutturale dei sistemi di segni, tenutosi a Mosca nel 1962. Il titolo stesso — “studio strutturale dei sistemi di segni” — rivela una cautela terminologica: il termine “semiotica”, ancora poco familiare e potenzialmente sospetto nel contesto sovietico, viene inizialmente evitato a favore di una perifrasi.
Nel Simposio del 1962 la semiotica è presentata come “una nuova scienza, il cui oggetto è qualsiasi sistema di segni utilizzato dal collettivo umano”. L’ambizione è evidente: non più soltanto la lingua, ma l’arte, la letteratura, il mito, l’etichetta sociale vengono considerati sistemi segnici suscettibili di analisi strutturale. Tra gli interventi figurano studi sull’arte e sul romanzo, sulla mitologia e sui codici sociali, a testimonianza di un ampliamento sistematico dell’oggetto.
Restaneo mostra come, in questa fase, l’influenza della cibernetica resti decisiva. L’uomo viene descritto come un “dispositivo” (ustrojstvo) che compie operazioni sui segni e sulle loro successioni. I sistemi segnici assumono la funzione di “modellizzazione del mondo”, costruendo modelli che fungono al tempo stesso da rappresentazioni e da programmi di comportamento.
Questa concezione si intreccia con la psicologia di Vygotskij, secondo cui i segni sono strumenti di controllo del comportamento umano. In chiave cibernetica, il sistema segnico diviene così un programma che orienta l’azione. La semiotica sovietica attribuisce ai sistemi di segni una duplice funzione: modellizzare la realtà e regolare il comportamento.
Per giustificare il rapporto tra segno e mondo, gli studiosi richiamano la teoria del riflesso di Lenin. La semiotica si occupa di modelli, cioè di “immagini di oggetti riflessi (modellati)”. In questo quadro, il significato non è concepito come semplice rappresentazione mentale, ma come “una messa in correlazione tra il segno e certi oggetti situati fuori del sistema segnico dato”. Il segno è dunque fortemente ancorato alla realtà extrasemiotica.
Restaneo evidenzia qui una tensione significativa: l’allontanamento dal saussurismo puro e l’avvicinamento, da un lato, alla grammatica generativa chomskiana e, dall’altro, a una reinterpretazione della distinzione fregeana tra Sinn e Bedeutung. La semiotica sovietica tende a concepire il significato come riflesso linguisticamente mediato di un referente extralinguistico.
In questo passaggio dalla linguistica alla semiotica si delineano dunque due strutturalismi: uno, linguistico, relativamente integrato nelle istituzioni e sostenuto da esigenze applicative; l’altro, semiotico, più ambizioso e teoricamente espansivo, ma esposto a conflitti più aspri con l’ortodossia ideologica. La distinzione non è soltanto disciplinare, ma riguarda l’estensione del metodo strutturale e la ridefinizione dei confini tra scienza, cultura e ideologia.
Riferimento bibliografico: Pietro Restaneo, Dalla struttura al sistema. Lotman e la storia delle idee in URSS, Aracne, 2025.
- Marrismo: dottrina linguistica elaborata da Nikolaj Marr e dominante in URSS tra gli anni Venti e il 1950. Considerava il linguaggio un fenomeno di sovrastruttura, direttamente determinato dalla base socioeconomica, e privilegiava un’analisi diacronica e “paleontologica” delle lingue. La sua egemonia fu interrotta dagli articoli di Stalin del 1950 sul rapporto tra marxismo e linguistica.
