Quando si parla di “realtà” e di “vero”, il rischio più immediato è quello di assumere questi termini come evidenti, quasi naturali. La prospettiva semiotica invita invece a sospendere questa evidenza e a interrogarsi sulle condizioni attraverso cui ciò che chiamiamo reale prende forma. È da qui che muove una riflessione che, pur restando pienamente interna alla semiotica, sceglie di confrontarsi con un ambito apparentemente distante: quello delle scienze fisiche e cosmologiche.
Nelle scienze cosiddette “dure”, osserva Ferraro, la conoscenza non si fonda su un accesso diretto ai fatti, ma su modelli. Non su dati immediati, bensì su costruzioni teoriche che cercano di rendere intelligibile il funzionamento del mondo. La fisica contemporanea descrive i fenomeni attraverso modelli matematici la cui validità può essere verificata solo parzialmente, mettendoli in relazione con osservazioni e sperimentazioni. In questo contesto, la questione della verità si complica: ci si può chiedere se sia corretto considerare “veri” modelli la cui corrispondenza con la realtà fisica non è direttamente osservabile.
Ferraro richiama a questo proposito l’interrogativo formulato da Roger Penrose, quando si chiede se non si stia implicitamente spostando la nozione di verità dal mondo dei fatti osservabili a un piano astratto, abitato da strutture matematiche dotate di eleganza e coerenza interna. Il rischio evocato è quello di una sorta di ritorno al platonismo, in cui la realtà autentica non coinciderebbe più con il mondo fisico, ma con un livello ideale di forme e modelli. In questa prospettiva, ciò che appare ai sensi sarebbe secondario rispetto alla sua messa in forma teorica.
Il problema non è marginale. Se la fisica moderna descrive il mondo attraverso entità sempre più astratte, se gli oggetti sembrano dissolversi in relazioni, oscillazioni e campi di forze, allora ciò che viene presentato come “reale” appare paradossalmente sempre meno tangibile. Ne deriva una sensazione di spaesamento: il mondo che l’esperienza quotidiana ci restituisce come solido e pieno viene riformulato come una rete di relazioni invisibili, intervallate da vuoti e discontinuità. Da qui la domanda, che Ferraro pone con decisione: che cosa è, allora, “reale”?
A questo punto il discorso incrocia direttamente il terreno semiotico. Anche la semiotica, soprattutto nella sua matrice strutturalista, concepisce i sistemi di significazione come reti di relazioni differenziali. I segni non sono entità piene e autosufficienti, ma nodi in un sistema di rapporti. Ciò che appare come oggetto concreto e stabile è, in realtà, l’effetto di una struttura relazionale astratta. La differenza, tuttavia, è decisiva: mentre una certa fisica teorica rischia di attribuire statuto ontologico privilegiato ai modelli matematici, la semiotica non cede alla tentazione di identificare il modello con il reale.
Nel quadro saussuriano, la funzione dei sistemi semiotici non è quella di riflettere un mondo già dato, ma di organizzare e categorizzare l’esperienza. Le unità attraverso cui pensiamo il mondo non coincidono con i dati materiali della percezione, ma con le forme che li rendono intelligibili. Ferraro insiste su questo punto con un esempio classico: i colori. La materia percettiva non si presenta spontaneamente come un insieme di unità discrete e denominate; è l’istituzione di un lessico a rendere pensabili e riconoscibili i colori come tali. Non è la lingua a modificare la fisiologia della percezione, ma è grazie alla lingua che ciò che percepiamo diventa oggetto di pensiero.
In questo senso, ciò che chiamiamo “realtà” non è mai un dato neutro e immediato. È il risultato di processi di messa in forma che appartengono al soggetto conoscente e, più precisamente, a una soggettività collettiva. Il reale non è ciò che esiste indipendentemente da noi, ma ciò che esiste per noi, all’interno di sistemi di significazione condivisi. Come osserva Ferraro, la visione saussuriana “esclude una conoscenza del reale a carattere neutro, oggettivo e immediato”.
La semiotica si colloca così in una linea di pensiero che, pur senza coincidere con la filosofia trascendentale, presenta affinità evidenti con l’impostazione kantiana. La conoscenza presuppone un contenuto empirico, ma questo contenuto non è mai accessibile in quanto tale. Ciò che appare come reale è sempre già il risultato di una strutturazione, di una categorizzazione, di un lavoro di senso. Il mondo non ci è dato come insieme di cose, ma come insieme di significati.
È a partire da qui che il confronto con la fisica acquista un valore particolare. Quando la fisica contemporanea descrive la realtà come un intreccio di relazioni piuttosto che come un insieme di oggetti, essa si avvicina, forse inconsapevolmente, a una concezione che la semiotica conosce da tempo. In entrambi i casi, ciò che appare solido e immediato è l’effetto di dispositivi astratti, che operano al di sotto della soglia dell’esperienza ordinaria.
Il primo passo di un percorso semiotico verso il “reale” consiste allora nel riconoscere che la realtà non è un punto di partenza, ma un risultato. Non un fondamento ultimo, ma un effetto di modellizzazione. Ed è proprio questo spostamento — dal mondo come dato al mondo come costruzione di senso — a rendere possibile un dialogo non superficiale tra semiotica, fisica e cosmologia.
Riferimento bibliografico: Guido Ferraro, Il nostro percorso verso il “reale”: semiotica, fisica e cosmologia, in Lexia. Rivista di semiotica, 47–48, Il senso della realtà, dicembre 2025, pp. 29–42.
