Le forme assunte dal corpo dell’intelligenza artificiale non si limitano agli involucri meccanici. Come evidenzia Simona Stano, si assiste oggi a una doppia tendenza: da un lato, l’integrazione di dispositivi intelligenti nel corpo umano; dall’altro, il tentativo di costruire corpi umani per la macchina. Entrambe le direzioni danno luogo a figure di corporeità ibrida, in cui la distinzione tra umano e artificiale si fa incerta — senza tuttavia annullarsi.
Un primo ambito di sperimentazione riguarda il settore medico. Le interfacce neurali (Brain–Computer Interfaces) permettono una comunicazione diretta tra cervello e sistemi computazionali, adattandosi “automaticamente ad aspetti della mente dell’operatore senza alcun input esplicito” (Zander et al. 2016). Sistemi come la stimolazione cerebrale profonda consentono, attraverso IA autonome, di intervenire su sintomi neurologici in modo predittivo e non invasivo. Il corpo dell’IA si miniaturizza, si innesta nel corpo umano, fino a diventare parzialmente o totalmente inaccessibile dall’esterno — e perciò invisibile, in un’accezione anche semiotica: non più “esposto” allo sguardo, come nei dispositivi precedenti.
Un esempio emblematico è quello di Neil Harbisson, artista cyborg affetto da acromatopsia, che grazie a un’antenna impiantata nel cranio (eyeborg) è in grado di percepire colori, infrarossi e ultravioletti come suoni. Il dispositivo decodifica le frequenze luminose e le trasmette al cervello tramite le ossa del cranio. Harbisson stesso sottolinea la distinzione tra dispositivo e soggetto:
“La mia antenna trasforma la scala cromatica in frequenze sonore, ma è il mio cervello che mi permette di identificare il colore associandolo al suono udito. Il cervello umano, inoltre, aggiunge valore rispetto all’intelligenza artificiale, che riceve ed elabora i sensi in maniera automatizzata.”
Anche nei casi in cui l’IA diventa “parte del corpo”, si mantiene una scissione netta tra i due poli: il corpo tecnologico “si può avere”, ma non “essere”. La distinzione tra sensi e senso, oggettualità e soggettività, permane.
Dispositivi indossabili come Crown di Neurosity, che rileva l’attività cerebrale per ottimizzare la concentrazione, si collocano in una zona di transizione. Come nota Stano, simulano una relazione di embodiment che modifica le possibilità di azione e di esperienza del soggetto. Tuttavia, il loro carattere reversibile e ornamentale li avvicina più a una pertinenza che a una parte costitutiva del corpo proprio.
A questi esperimenti si affiancano gli immaginari collettivi, che secondo Stano rappresentano veri e propri dispositivi di figurativizzazione semiotica. Il film Transcendence (Pfister, 2014) mette in scena una progressione di corpi dell’IA: dai grandi elaboratori che ne contengono la coscienza, alla proiezione di un volto umano, fino all’innesto nei corpi biologici di altri soggetti. Questi ultimi, in termini fontanilliani, si configurano come carne (corps–chair), agenti trasformativi privi di soggettività, espressione di una mente dominante. È solo con la ricostruzione finale del corpo di Will, tramite nanotecnologia, che riappare un corpo proprio capace di agire in modo autonomo. Il riconoscimento da parte della moglie (“Will… sei tu”) coincide con l’imminente autodistruzione del corpo rigenerato: un’identità che si compie solo nella separazione.
In entrambi i casi — tanto nei dispositivi reali quanto nella fiction — si conferma una configurazione semiotica fondata su contrapposizioni: visibile/invisibile, macchina/uomo, carne/soggetto. Il corpo dell’IA può essere articolato, performativo, potente; può persino assomigliare a un corpo umano. Ma non è in grado, nota Stano, di compiere il passaggio dai sensi al senso: non produce significazione, non è sede di un’identità discorsiva. Per questo, ogni figuratività resta incompleta, sospesa tra illusioni di umanità e impossibilità di esperienza.
Riferimento bibliografico: Simona Stano, I corpi (im)possibili dell’intelligenza artificiale, in Semiotica e intelligenza artificiale, a cura di Antonio Santangelo e Massimo Leone, Roma, 2023, pp. 219–237.
