Che cosa si intende quando si parla di verità? La questione, tutt’altro che univoca, si presenta immediatamente come un campo di tensione tra definizioni differenti e spesso incompatibili. La verità può essere pensata come “corrispondenza fra rappresentazione e realtà”, come “coerenza fra enunciati”, oppure come adeguamento alle conoscenze che guidano le nostre pratiche quotidiane; ma può anche essere intesa come svelamento, come messa a nudo di ciò che resta nascosto sotto le apparenze.
Questa pluralità non è solo teorica. Come osserva Lancioni, il problema della verità emerge soprattutto nei momenti in cui essa vacilla, quando si insinua il dubbio e ci si domanda “sarà vero?”. Nei discorsi quotidiani, infatti, la verità non è tematizzata in sé, ma compare come risposta a una crisi di fiducia. Diversamente, nei discorsi filosofici e “tecnici”, essa viene isolata e trattata come oggetto autonomo, sottratta al flusso discorsivo e inserita in sistemi concettuali in cui torna a confrontarsi con i propri contrari.
È proprio in questo passaggio che la verità tende a intrecciarsi con la menzogna. Non si tratta di un semplice opposto logico, ma di una relazione strutturale: la menzogna appare come la più temuta tra le forme di travisamento, perché capace di minare la fiducia reciproca e, con essa, la stessa possibilità della vita sociale. Lancioni insiste su questo punto: la menzogna non è solo una deviazione dalla verità, ma una forza che può destabilizzare l’intero spazio intersoggettivo.
In questa prospettiva, la menzogna non è un accidente marginale. Essa è “inerente al linguaggio, alla segnicità”, come ricordava Umberto Eco, e si radica nella stessa facoltà umana di parlare. Citando Alexander Koyré, il testo sottolinea come la possibilità di dire il falso sia intrinseca al linguaggio: l’uomo può “dire ciò che non è”, costruendo con le parole mondi di cui è responsabile.
La menzogna, dunque, non è solo un errore o una deviazione: è una pratica discorsiva che può rispondere a molteplici finalità. Può essere uno strumento di difesa, una risorsa strategica, un mezzo per ottenere vantaggi sociali o semplicemente l’esercizio di una capacità creativa. Questa molteplicità di funzioni impedisce di ridurre il fenomeno a una semplice opposizione tra vero e falso.
In tempi recenti, questa dinamica sembra aver assunto una forma ancora più pervasiva. Il discorso sulla cosiddetta “post-verità” non indica tanto la scomparsa della verità, quanto una trasformazione del suo valore. Come osserva Lancioni, ciò che cambia non è l’abitudine a mentire, ma il modo in cui la menzogna viene valutata nello spazio sociale: essa tende a perdere la sua stigmatizzazione morale e a configurarsi come pratica discorsiva legittima, soprattutto nei contesti politici ed economici.
Questa trasformazione implica uno spostamento semiotico decisivo. La menzogna non funziona più necessariamente come inganno, ma può assumere la forma di una “menzogna-beffa”, evidente e riconoscibile, che non mira tanto a convincere quanto a creare complicità all’interno di una collettività. In questo caso, il problema della veridicità diventa secondario rispetto alla funzione identitaria del discorso: ciò che conta non è che un enunciato sia vero, ma che sia riconosciuto come segnale di appartenenza.
Per comprendere questi fenomeni, Lancioni richiama la distinzione greimasiana tra diverse strategie discorsive di produzione degli effetti di verità. Da un lato, il mascheramento oggettivante, tipico del discorso scientifico, che tende a cancellare la presenza del soggetto dell’enunciazione, facendo apparire il discorso come trasparente e indipendente da chi parla. Dall’altro, il mascheramento soggettivante, in cui il discorso deve apparire “segreto” per sembrare vero, come avviene nei discorsi mitici, religiosi o complottisti.
Queste due strategie non definiscono semplicemente due tipi di discorso, ma due modalità di attribuzione di valore alla verità. Nel primo caso, la verità è ciò che si mostra come evidente e verificabile; nel secondo, essa è ciò che si nasconde e che deve essere svelato. In entrambi i casi, la verità non è un dato immediato, ma il risultato di pratiche discorsive specifiche.
Nonostante la diffusione della menzogna e la trasformazione del suo statuto, la verità continua tuttavia a svolgere una funzione fondamentale. Ogni interazione discorsiva presuppone un fondo condiviso di fiducia, ciò che Greimas definisce “contratto di veridizione”. Senza questa tacita intesa, nessuna comunicazione sarebbe possibile: l’inganno stesso presuppone la possibilità del vero, così come la menzogna presuppone la fiducia che essa può tradire.
La verità, dunque, non è un’entità stabile o un principio assoluto, ma un effetto che emerge all’interno dei discorsi, attraverso pratiche e strategie differenti. Essa si costruisce nel rapporto tra enunciatore ed enunciatario, nella negoziazione continua tra ciò che appare e ciò che si presume essere. In questa prospettiva, la verità non si oppone semplicemente alla menzogna, ma si definisce insieme ad essa, all’interno di un sistema dinamico di relazioni che costituisce il cuore stesso della semiosi.
Riferimento bibliografico: Tarcisio Lancioni, Dietro la maschera. Verità in semiotica, Estudos Semióticos, vol. 18, n. 2, 2022.
